Come si misura l’impatto economico dell’intervento psicologico?

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Oramai comincia ad essere chiaro che la Psicologia fa risparmiare, ma come si misura l’impatto economico dell’intervento psicologico?

Prima di entrare nel merito, vediamo un attimo alcuni dei tratti di scenario che rendono assolutamente strategica questa dimensione. La letteratura scientifica e la politica sono infatti concordi nell’affermare che il futuro del Sistema Sanitario pubblico e privato sarà impattato in particolare da due situazioni:

  1. patologie croniche (Davison, 2000; Richards et al., 2003; Richards et al., 2012; Hermens et al., 2014; Castelnuovo et al., 2015a; Castelnuovo et al., 2015b; Delgadillo et al., 2015) e
  2. disordini mentali (Richards, 2012; Watzke et al., 2014; Gidding et al., 2015; Gureje et al., 2015; Haug et al., 2015; Manber et al., 2015; Oladeji et al., 2015; Palmer et al., 2015; Paris, 2015; Salloum et al., 2015; Edelman et al., 2016). Come riporto anche nel post “Costi sanitari e sociali dei disturbi mentali: più alti di cancro, malattie cardiache o diabete

Senza tener conto dell’importante mutamento della DOMANDA DI PSICOLOGIA (quindi di persone senza disturbi psichici) che si sta riversando presso le strutture sanitarie, come ben evidenziato dall’Indagine sulla funzione psicologica nella Sanità laziale, condotta dall’Ordine degli Psicologi del Lazio.

La Psicologia e la Psicoterapia potranno giocare un ruolo fondamentale sia nell’intervenire sulla patologia mentale che nel promuovere salute e benessere psicologico, riducendo i costi sanitari complessivi.

D’altro canto, è oramai ampiamente dimostrato dalla letteratura scientifica che l’aumentare l’accesso alle terapie psicologiche può fornire un’ottima soluzione in termini di cost-effectivness per i sistemi sanitari pubblici e privati (Castelnuovo, 2010a; Campbell et al., 2013; Dezetter et al., 2013; Mukuria et al., 2013; Emmelkamp et al., 2014).

Tuttavia, mentre in altri Paesi vi sono già esperienze importanti di valutazione di impatto economico dell’intervento psicologico, in Italia siamo ancora agli albori. Si investono pochi soldi in questo tipo di ricerca, ci si confronta alcune volte con lo scetticismo (se non l’ostruzionismo) di operatori sanitari e/o decisori politici, come anche ci si deve misurare con la poca pratica ed alle volte competenza che gli stessi psicologi e psicoterapeuti hanno nel riuscire a valutare l’esatto impatto economico del loro agire professionale.

Anche qui, come Ordine degli Psicologi del Lazio stiamo investendo – ad esempio – su una ricerca riguardante l’impatto economico dell’intervento psicologico a sostegno dell’adherence alla terapia da parte di persone con diabete, che sta già dando ottimi prospetti d’esito e ci ha dato modo di costruire attorno all’iniziativa una rete di relazioni istituzionali che poi i frutti li da: ad esempio, a Dicembre 2015 è stato approvato il “Piano per la malattia diabetica nella Regione Lazio 2016-2018” e grazie alla nostra presenza ai tavoli, lo psicologo è stato previsto come obbligatorio all’interno delle equipe dei 96 centri di diabetologia della Regione Lazio!

Insomma, l’intera comunità professionale, gli Ordini, le Facoltà di Psicologia, devono cominciare a porre attenzione, con competenza, alla questione dell’impatto economico. Ma…

 

Come si misura l’impatto economico dell’intervento psicologico?

Bisogna innanzitutto specificare che esistono differenti tipologie di “misurazione di impatto economico“. Vediamole più dettagliatamente:

  1. analisi costi-benefici: valuta in che misura ed attraverso quale tipo di intervento psicologico si possa ottenere un risultato socialmente desiderabile, ad esempio il ritorno a lavoro, oppure una migliore gestione di un percorso terapeutico-farmacologico in cronicità. I costi dell’intervento psicologico ed i conseguenti benefici sono espressi in termini monetari e possono essere comparati. Se i benefici superano i costi si potrà implementare il modello;
  2. analisi costi-efficacia: serve a comparare l’efficacia di due distinti trattamenti, ad esempio trattamento farmacologico vs trattamento psicoterapeutico. Si verifica se i due interventi hanno lo stesso costo di erogazione e/o quale dei due genera maggiori benefici economici, ed in che termini (nel post “Depressione: psicoterapia più efficace dei farmaci sul lungo periodo” ad esempio il The Lancet Psychiatry va ad analizzare proprio questa dimensione);
  3.  analisi costi-utilità: è simile all’analisi costi-efficacia, ma oltre a prendere in carico l’efficacia qui ed ora del trattamento, utilizza anche una metrica di valutazione per misurare l’impatto del trattamento standardizzato in termini di quality-adjusted life years – QALY (QALY, Hunsley, 2002), ovvero di numero degli anni di vita nei quali l’individuo potrebbe essere completamente libero da sintomi o disabilità, oppure di disability-adjusted life years – DALY, ovvero di numero di anni di vita persi dovuti alla morte prematura o agli anni di disabilità.

I metodi di misurazione considerano sia i costi diretti (come consultazioni primarie e secondarie) sia i costi indiretti (come la perdita di produttività dovuta all’assenteismo sul lavoro causato dalla malattia o dalle liste di attesa per il trattamento o la disoccupazione).

Quando il risparmio generato dell’intervento psicologico (su costi diretti e indiretti) supera il costo di fornitura dello stesso, si va a compensazione totale (Total offset) ed a quel punto – in via teorica – il sistema sanitario di un Paese dovrebbe quindi investire nel facilitare accesso a terapie psicologiche e psicoterapia.

Vista l’evidenza oramai consolidata circa il fatto che la Psicologia fa risparmiare (e spesso va a total offset), perché quindi in Italia il Sistema Sanitario non valorizza a dovere l’intervento dello Psicologo?

Credo vi siano considerazioni esterne, riguardanti il sistema di funzionamento dell’apparato politico italiano ed altre inerenti le dinamiche professional-sindacali (improntate al Io-Vinco-Tu-Muori-e-Sti-Cavoli-Il-Cittadino) delle professioni sanitarie.
Dopodiché credo vi siano anche considerazioni interne, riguardanti invece la nostra comunità professionale. Quanto è stata capace in questi quasi 30 anni di dare evidenza al proprio contributo, anche in termini economici? Quanto è stata capace di avere una comune visione sul futuro, invece di suddividersi in mille orticelli con interessi e convenienze differenti? Quanto realmente ha un profilo di competenze adeguato ad affrontare queste sfide?

 

Il futuro rimane da scrivere!

In Ordine psicologi Lazio abbia avviato, da un paio di mesi, un Coordinamento Psicologi Sanitari a cui partecipano molti dei colleghi dipendenti di struttura sanitaria. L’iniziativa è estremamente ambiziosa e sfidante, ma credo anche strategica per le sorti prossime della Psicologia, al momento stiamo:

  • esaminando il quadro normativo di riferimento sulla figura dello psicologo e sugli atti psicologici;
  • raccogliendo case history di successo sull’intervento psicologico, preferibilmente ad impatto economico;
  • definendo piani formativi utili ad integrare i profili di competenza, così come affiliare altri operatori sanitari rendendoli consapevoli del contributo dello psicologo;
  • pianificando azioni di comunicazione presso cittadini e decisori politici per rappresentare in modo più articolato e meno stereotipato l’intervengo dello psicologo;

L’obiettivo ultimo è quello di riuscire a produrre una proposta di ri-organizzazione dei servizi psicologi nella Regione Lazio entro fine 2017. 

Una proposta costruita dalla comunità professionale del Lazio, un terreno comune in cui potersi riconoscere, comunque negoziata in corso d’opera con alcuni dei principali stakeholder di riferimento.

Tornando poi sul topic di questo post, l’idea è anche quella di mettere a calendario, entro l’estate, un corso di formazione ad hoc sul come misurare l’impatto economico dell’intervento psicologico. Questa è una sfida prima di tutto culturale 😉

 

 

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