I counselor denunciano gli Psicologi

I counselor denunciano gli Psicologi

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I counselor denunciano gli Psicologi

Il dado è tratto. Un gruppo di counselor ha portato in tribunale l’Ordine Psicologi Lombardia. Nei mesi scorsi l’OPL propose una Carta Etica, ad adesione volontaria, alle Scuole di Psicoterapia lombarde. Ne scrissi nell’articolo “Carta Etica, Psicoterapia e Counselor. Un chiaro “no” alle linee guida ad personam”. L’iniziativa suscitò forti critiche e scomposte reazioni da parte di alcune realtà formative che propongono specialistiche a psicologi e corsi di vario genere a counselor, coach e simili…

L’Ordine Psicologi Lombardia portò ovviamente avanti l’iniziativa, anche forte delle molte adesioni da parte di diverse Scuole di Psicoterapia lombarde, ed a fronte dell’ampia e diffusa approvazione dei colleghi della base, che evidentemente apprezzavano ed apprezzano questo tentativo di sviluppare qualità formativa e di promuovere tutela di specializzandi e clienti finali.

Proprio oggi è arrivata la news dall’Ordine Psicologi Lombardia: un gruppo di soggetti appartenenti al mondo dei counselor (e più precisamente al mondo di chi forma a pagamento counselor e psicoterapeuti allo stesso tempo) ha denunciato l’OPL ed il 26 Maggio prossimo si terrà la prima udienza pubblica.

Quale il problema sollevato?

In estrema sintesi, la Carta Etica proposta dall’OPL – tra i vari punti – afferma che: “le scuole di psicoterapia si impegnano a non organizzare corsi che insegnino strumenti e tecniche peculiari della professione psicologica (colloquio, test, assessment) ad allievi privi di abilitazione…

Per come la vedo io, la cosa è lapalissiana, dovuta, legittima, scontata, non barattabile. Per il dott. Riccardo Zerbetto (psichiatra e direttore Centro Studi Terapia della Gestalt) è stata invece una dichiarazione di guerra. E’ solo un caso che la Sua struttura sia nota per affiancare alla formazione in Psicoterapia a psicologi la formazione di Counsellor a non-psicologi.

Il dott. Zerbetto ha così avviato una vera e propria colletta nell’ambiente dei counselor per avviare una causa contro l’OPL. Con sorpresa, all’allegra scampagnata legale si è unita anche l’ex Consigliere di maggioranza in OPL dott.ssa Anna Barracco, che anzi avrebbe fornito supporto logistico e documentale a questa iniziativa.

Si è poi unito al collettone anche l’associazione di counselor Assocounseling, quella della sveglia presa dall’Antitrust rispetto al suo lamento verso una giusta e dovuta azione di tutela della professione da parte dell’Ordine Psicologi Piemonte. Avrebbe sostenuto l’importanza che gli psicologi insegnino le tecniche di counseling ai counselor, si legge in OPL (in pratica chiederebbe di alimentare quel mercato formativo, invece di tutelare la nostra professione!).

Lampante un commento del Presidente dell’Ordine Psicologi Toscana, dott.ssa Sandra VAnnoni, a riguardo dell’infelice posizione di Assocounseling: “Se il counseling è attività diversa dalla Psicologia (ndr: come sostenuto dai formatori di counselor e dai counselor stessi) non si capisce perchè la dovrebbero insegnare gli psicologi, se invece non lo è allora siamo nell’esercizio abusivo. Delle due l’una.”. Interessante anche la posizione dell’OPToscana rispetto alla richiesta delle ASL toscane di far fare a psicologi il tutoraggio ai counselor presenti in struttura eheheheh

Il dado è quindi tratto. Il 26 Maggio si terrà la prima udienza. Fate girare questa notizia tra i colleghi. Facciamo circolare questo attacco alla nostra categoria professionale. Teniamoci pronti alla mobilitazione, questo attacco richiede una risposta ferma, forte ed comune da parte delle nostre istituzioni! Di tutta la base dei colleghi.

Sarà mia premura aggiornarvi sugli sviluppi dell’Udienza.
Nel frattempo, se siete particolarmente interessati agli sviluppi e disponibili a sostenere e supportare un’eventuale mobilitazione, vi prego di lasciare i vs riferimenti nel modulo sottostante. Grazie!

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86 COMMENTS

  1. Attenzione però nico! non scordiamoci che l’antitrust in passato, ha ripreso ilitempore l’ordine psicologi, proprio per l’articolo 21. Anzi ha inserito l’ordine degli psicologi, proprio tra i cattivi…
    Quindi la causa intentata dai counselor, potrebbe trovare dei punti a loro favore.

  2. Francamente non so come andrà a finire.

    Ci sono in gioco interessi che non hanno molto a che fare con la deontologia o con i confini della disciplina.
    Parlo di interessi meramente economici.

    Moltissimi corsi di counseling sono aperti a non laureati in psicologia.
    Solo pochi fanno distinzione.

    Ed è un business, non tanto il counseling, quanto per la formazione.

    Io ho avuto modo di verificare che queste scuole sono ben radicate nel territorio. Conosco molte persone non laureate che hanno un corso triennale (ATTENZIONE, SI VEDEVANO PER UN SOLO WEEK END OGNI MESE) e hanno fatto un “tirocinio” nei consultori e in altre strutture para-sanitarie o, comunque, istituzionali.

    La situazione orami sta assumendo implicazioni pesanti. E’ un vuoto legislativo che è già stato riempito.

    Forse si arriverà a qualcosa di più chiaro in questa oscura questione, ma io non credo che sarà una battaglia semplice.

  3. E’ vergognoso! Corsi aperti a tutti, ai diplomati, ai fisioterapisti, ai naturopati, ai volontari!!!! E io che ho studiato a fare anni e anni e anni? e questi dopo tre anni sono abilitati? Ci vuole coraggio a fare anche causa!

  4. …e aggiungo…
    Il problema è più complesso ancora…
    Il Direttore della scuola è Medico Psichiatra, Psicoterapeuta. Egli risponde all’Ordine dei Medici.
    Qui torniamo all’annoso problema di chi controlla la psicologia clinica.
    Che posizione ha l’Ordine dei Medici in merito?

  5. Corretto, Fabio. L’art.21, se non erro, ha “problemi” con la Costituzione Italiana (che qui vogliamo preservare, vero?), lì dove dice che in Italia l’insegnamento è libero. Per la precisione, poi: sono i counsellor ad aver denunciato gli psicologi? Perché poi si nomina uno psichiatra (Zerbetto) e una psicoterapeuta (Baracco). Mi risulta inoltre che vi siano anche altri psicologi-psicoterapeuti coinvolti in tale denuncia. La questione quindi più che “Counsellors versus Psicologi”, mi pare tutta interna alla categoria degli psicologi e psicoteraputi (medici o psicologi che siano), tra quelli a favore della diffusione di competenze di counselling anche a non laureati in psicologia e quelli contrari a questo. Due visioni diverse della disciplina, insomma. Inoltre, Nicola, tu sai che io so, e non fingo, che COUNSELLING e PSICOTERAPIA sono pressoché sinonimi nei paesi anglo-sassoni, con il COUNSELLING considerato una terapia “laica”, de-sanitarizzata e de-patologizzata, e legata al territorio. E so anche quanto bene abbia fatto e faccia in quei paesi (che non vi rinuncerebbero mai)che la psicoterapia ed il counselling siano “indipendenti” e non riservate, nell’accesso, alla sola laurea in psicologia. La quale, a sua volta, ha almeno 10 specializzazioni universitarie e professionalizzanti, l’accesso a numero chiuso (32.000 psicologi, di cui un’alta percentuale di occupatio, su una popolazione di quasi 70milioni di abitanti, ti fa capire la differenza con l’Italia), ecc., e non sta tutto il tempo a gridare “all’abuso!”, perché non ne ha bisogno, e c’ha altro da fare. Penso, come sai, che i “correttivi” alla nostra professione vadano perseguiti in termini positivi, per esempio, uno di questi, con riforme dell’accesso all’università e con cambiamenti nei corsi di laurea e di specializzazione. Ma la cosa sarebbe troppo lunga, qui. Ad maiora, Giovanni

  6. Caro Giovanni, a portare in tribunale l’OPL sono stati soggetti afferenti al MERCATO DELLA FORMAZIONE di counselor. E qui non ci piove! Che poi siano anche psicoterapeuti, rende solo più grottesca la situazione!

    Sull’art. 21, è vero, gli psicologi hanno preso una batosta. Ma non la vedo così scontata la cosa… la Costituzione Italiana garantisce la libertà di insegnamento, bon… mi chiedo come mai in questi corsi (una manciata presa a caso tra i tanti) non vi può partecipare allora chiunque:

    http://www.emagister.it/corso_corso_avanzato_di_elettrocardiografia-ec2583404.htm

    http://www.emagister.it/corso_fad_prevenzione_e_controllo_delle_infezioni_ambito_sanitario-ec2562736.htm

    http://www.emagister.it/corso_corso_residenziale_intensivo_per_nefrologi_ed_anestesisti_l_ecografia_negli_accessi_vascolari_nel_paziente_critico_ed_u-ec2539416.htm

    L’OPL sostiene che il counseling è una competenza che attiene alla scienza psicologica, e quindi non sarebbe così scontato che la formazione possa essere fatta a tutti quanti. So bene che in Europa il COunseling è molto vicino alla Psicoterapia (e ben distinto dalla Psicologia), ma questo dal mio punto di vista avvalora ancor più il fatto che il counseling appartenga allo psicologo e non a chiunque. Ed in seconda battuta, in Italia abbiamo degli Ordini ed una specifica legislazione. Può piacere o non piacere, ma così è! E fintanto rimarrà tale situazione, io sarò libero – anzi avrò il dovere diritto – di attivarmi di conseguenza!

    La verità è che l’OPL, con la sua Carta Etica, con l’invito a non formare in tecniche psicologiche dei non-psicologi, ha avviato un processo nuovo di qualità e tutela che, inevitabilmente TOCCA LE TASCHE di qualcuno! QUI SI GIOCA LA QUESTIONE! Altrochè…

    Vai a chiedere ai medici di iscriverti ad un corso specialistico, a farmacisti, ad avvocati, ecc… vai…

    Buona vita

  7. Non sono uno psicologo, ma un avvocato (“strano”: non ama andare in tribunale) che si occupa di mediazione civile anche sotto il profilo della formazione presso enti privati e pubblici.

    Ho avuto modo di collaborare con un counselor apprezzando – da avvocato/mediatore civile – le sue competenze relazionali e le capacità di individuare e gestire le emozioni specie nell’ambito del problem solving della negoziazione e della gestione del conflitto. Ho collaborato nello stesso ambito anche con psicologi/terapeuti (AT e sistemico): anche un non addetto ai lavori come me può riconoscere le differenze tra le due figure e la diversa professionalità.

    Il mio “problema” è che si cono delle situazioni in cui – è solo una mia impressione- non sussistono vere e prorpie patolgie, ma soprattutto relazioni disfunzionali e problemi di percezione, comunicazione e gestione del conflitto (liti di condominio, tra vicini, divisioni immobiliari tra parenti etc..) in cui certe conoscenze della psicologia umana sono non solo utili, ma – a mio avviso – indispensabili per aiutare chi litiga.

    Mi/vi chiedo, quindi se certe conoscenze dovrebbero essere appannaggio solo degli psicologi, oppure, posto che ovviamente non si farebbero mai consulenze o terapie, potrebbero essere veicolate ed “usate” da non psicologi.

    Il problema è in parte lo stesso anche per noi avvocati – almeno rimanendo nell’ambito della mediazione-: possono accedere a ceti corsi geometri, medici, psicologi e chiunque abbia una laurea triennale, producendo però, alla fine , un pezzo di carta che ha un ben preciso valore legale (titolo esecutivo per ipoteche e pignoramenti) con problematiche giuridiche sottese (nullità, inefficacia, tipologie contrattuali).

    Io ho tratto una grandissima utilità dalle letture di Watzlawick, Bateson, Eriskson, Berne, Busso e Nardone… Non è “roba” per avvocati..? Forse, ma io in mediazione non avrei mai potuto aiutare nessuno senza certe nozioni (niente di più..) 😉

    Grazie, Andrea

  8. Buongiorno Andrea
    il tuo commento è utile a meglio precisare la problematica, grazie!

    Partiamo dal presupposto che il counseling riguarda una serie di tecniche, pratiche e skill che lavorano sulla relazione e lo sviluppo.

    E’ ovvio che lo psicologo non pretende dover formare solo psicologi a queste competenze, ma anche altre figure professionali, visto che in una società dei servizi la RELAZIONE è trasversale a tutte le professioni

    Il problema è proprio qui: se formo al counseling un avvocato e quest’ultimo utilizza questa nuova skill all’interno del suo ruolo professionale, non vi è alcun problema. Così come non vi è problema se io – psicologo – faccio un corso di formazione in materia fiscale o legale per migliorare la mia specifica professione

    Converrai che invece il discorso diviene più scivoloso se da una tecnica acquisita ci costruisci sopra una professione altra. Se io seguo un corso di fiscale e mi metto sul mercato come “counseling commercialistico”, o un corso di legale e mi vendo come “counselor legale”. Ecco, se accadesse ciò, se nel tuo ambito fiorisse un mercato di enti formativi gestiti da avvocati che vanno a formare questi “counselor legali”, che fanno “coaching legale” a chi ha una causa in essere… come la vivreste questa situazione?

    E da ultimo, a chi afferma che in Europa è così, che di là è cosa, che di sopra e che di sotto… ok, ne prendo atto. Ma qui siamo in Italia. Ci sono gli Ordini, c’è una legislazione, ci sono specifici ruoli professionali.
    Se domani cambia, allora cambieranno le posizioni. Ma oggi con questo ci confrontiamo. Punto!

    Caro Andrea, che dici a riguardo?

  9. Paura, protezionismo, corporativismo.
    Personalmente, come Psicologo e Psicoterapeuta, non mi sento minimamente minacciato dall’emergere di nuove professioni con le quali dialogare e costruire percorsi di sinergia e collaborazione.
    Veramente pensiamo che per sostenere qualcuno nel ridefinire le proprie priorità e nel perseguire con maggiore assertività ed efficacia i propri obiettivi sia necessario uno psicologo anziché un coach ?
    Siamo sicuri che la selezione del personale non la possa fare un filosofo ?
    Crediamo veramente che aver trascorso 5 anni nelle affollate aule di Psicologia garantisca una formazione non solo teorica ma anche esperienziale, umana, e non il solito pezzo di carta ?
    Penso che chi ha conquistato il “pezzo di carta” debba poi dimostrare di sapere qualcosa, di saper stare in relazione con le persone, di saper fare, di saper essere.
    Chi si iscrive oggi a Psicologia o ha le idee molto chiare rispetto a quello che vuole fare oppure è destinato ad ingrossare le fila di chi (poveretto !) è convinto che laurearsi in psicologia significhi conquistare un orto garantito dallo stato, che dà frutti magari senza nemmeno lavorarlo …

    Il geometra è il geometra: tutti sanno quali sono le sue caratteristiche e la sua formazione. Se ci sono geometri che giocano al piccolo architetto o al piccolo ingegnere, beh, se ne assumono la responsabilità e possono per questo essere sanzionati, in primis dai loro clienti e secondariamente dalla legge.
    Avete mai visto per questo le categorie di architetti ed ingegneri sollevarsi chiedendo ai propri associati di non insegnare il disegno tecnico ai geometri 😀

    Cari colleghi, cercate di “essere” qualcosa in più, e di offrire qualcosa in più, invece di spendere le vostre energie giocando in difesa ( se vedi qualcuno giocare quanto te, o meglio di te, è inutile dire “il pallone è mio, l’ho comprato io, se non me lo dai chiamo mio cugggino 😉

  10. Caro Claudio,
    piace anche a me la sana competizione, ma nel tuo accalorato commenti dimentichi che il geometra esiste da un pochetto di tempo in italia… è un ruolo – PER L’APPUNTO – definito e riconosciuto socialmente… quindi l’archietetto può parlargli di disegno tecnico. Mentre coach, counselor, reflector, armonizzatori familiari e compagnia cantante nascono come funghi in autunno o violette a primavera… figure esotiche che prendono spunto da tecniche per darsi un contorno solido.
    Mi scuserai se sottolineo questa sottilissima differenza, che difatto toglie qualsiasi fondamento a quanto sopra ;o)
    buona giornata
    nicola

  11. Nicola, hai fatto l’esempio perfetto: un conto è la formazione in materie psicologiche (che peraltro secondo la 56/89 spetta allo psicologo: “Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito”), un altro è la costituzione di un ruolo che si sovrappone a quello dello psicologo.

    Io credo che se la giustizia prenderà sul serio questa vicenda si potrà iniziare a delineare gli ambiti di intervento dello psicologo in modo più preciso. Perché il problema è tutto lì: non essendoci né una definizione chiara e operazionalizzata della professione di psicologo né una tradizione giuridica e culturale condivisa (come, ad esempio, per la professione medica) chiunque può improvvisarsi “parapsicologo”.

    Il confronto con le altre nazioni (europee e americane) non regge molto: c’è la Francia che non ha praticamente alcuna regolamentazione e ci sono corsi di laurea in psicoterapia distinti da quelli in psicologia (non come “specializzazioni” della psicologia). Ma, soprattutto, la figura dello psicologo ha un ben preciso ruolo nelle istituzioni e nella società. Se pensiamo che fino a qualche anno fa noi psicologi eravamo sotto il Ministero di Grazia e Giustizia…

    Infine, una professione va vista anche in modo concreto rispetto non solo alla legislazione ma anche alla realtà socioeconomica della Nazione di cui si parla: in Italia abbiamo la più alta percentuale di psicologi pro capite, non ha senso voler promuovere una figura che di fatto non fa “altro”, ma fa “meno” rispetto allo psicologo. Per fare un esempio: in Africa ha un senso che gli infermieri si approprino delle competenze dei medici vista la scarsità di medici sul territorio. Ma qui, dove abbiamo il 70% di psicologi che non ha un impiego nel proprio ambito lavorativo, che senso ha formare delle persone che hanno un decimo delle competenze dello psicologo per fare quello che può fare uno psicologo?

  12. QUOTO:

    “Se il counseling è attività diversa dalla Psicologia (ndr: come sostenuto dai formatori di counselor e dai counselor stessi) non si capisce perchè la dovrebbero insegnare gli psicologi, se invece non lo è allora siamo nell’esercizio abusivo. Delle due l’una.”

    Direi che la questione è già chiusa…

  13. “se vedi qualcuno giocare quanto te, o meglio di te, è inutile dire “il pallone è mio, l’ho comprato io, se non me lo dai chiamo mio cugggino”

    Claudio, sto ancora ridendo per l’immagine davvero divertente. Però qua si tratta di aver prenotato il campo per giocare e poi te lo trovi occupato da una squadretta del quartiere vicino che se ne frega del fatto che l’hai prenotato e pagato… Non è che giocano quanto o meglio di me, è che mi impediscono di mettermi a giocare!

    A questo punto non solo chiamo mio cuggino, ma pure l’amichi suoi grossi e cattivi…

  14. Grazie della pronta risposta e dell’ospitalità, innanzitutto!”

    Cosa dire.. Che le mie letture “non forensi” mi hanno insegnato che è arduo talvolta distinguere quale sia la causa e quale l’effetto..
    In Italia ci sono gli Ordini, verissimo, ma cosa fanno e come? Creano delle enclave (che potrebbero essere viste come evoluzione delle corporazioni medievali o fasciste) che proteggano gli iscritti dalle aggressioni dall’esterno o sono una tutela per l’utente…? tutte e due ? o nessuna delle due?
    Discorso simile per gli albi professionali … Valore legale della laurea.. Argomenti complessi e che porterebbero un po’ lontano…

    Io stesso vedo commercialisti che fanno i contratti: la legge non glielo vieta, la qualità ne potrebbe risentire.. Io non mi faccio la dichiarazione dei redditi. Qualcun altro forse si…

    Anzi il problema è in parte qui: ci vuole sempre e solo l’avvocato per fare un contratto? Non si corre il rischio di iper-tecnicismo? Che allontana le persone e la realtà delle cose dalla forma legale?

    Il fatto è che già siamo preda di un iper tecnicismo. Proviamo ad osservare il fenomeno dall’esterno (dal balcone): vado prima dall’avvocato per la veste legale, poi dal commercialista per gli aspetti legali (dal professore di italiano per la forma linguistica nn ci va nessuno, ma lasciamo stare…) poi se litigo da chi vado?
    Dall’avvocato no perché il conflitto – mi insegni – è questione relazionale e non fenomeno giuridico..
    Dal commercialista? Boh.. fa i conti.. forse un accordo economico..
    Dallo psicologo ..NO! Mica sono matto!
    E così nessuno mi “cura” (nel senso più umano del termine) ed alla fine divento matto davvero, dopo aver riempito le tasche all’avocato..

    Coaching legale, dicevi: in ambito mediazione civile (d. lgd. 28/2010) è già scoppiato il caso: mediatori e chi sono costoro? Non giuristi che producono accordi giuridici.. Assurdo! Lo dice il 90% (ad occhio e croce) dei miei colleghi…

    Siamo tutti sulla stessa barca.. Male in comune mezzo gaudio..;) A me sembra solo che questa nostra società vive profonde e laceranti trasformazioni approcciandole in modo competitivo (“oppositivo” 😉 ) inasprendo il conflitto ed allontanandoci gli uni dagli altri.

    Sento un gran bisogno di tolleranza e solidarietà.

    Scusa; troppe cose tutte insieme: pessimo problem solver.. 🙁

    Discussione molto interessante. Cordialità, Andrea

  15. quindi, da come commenti quest’ultimo post, sembra che una regolamentazione del counselling sia importante. Una regolamentazione qualsiasi che riconosca e regolamenti i counsellor-geometri, e li distingua dagli psicologi-architetti? Questa sarebbe poi anche la linea “Zerbetto”, da quello che ho capito nel suo intervento all’OPL nell’ottobre 2010.

  16. Nicola, quando dici “E da ultimo, a chi afferma che in Europa è così, che di là è cosa, che di sopra e che di sotto… ok, ne prendo atto. Ma qui siamo in Italia. Ci sono gli Ordini, c’è una legislazione, ci sono specifici ruoli professionali. Se domani cambia, allora cambieranno le posizioni. Ma oggi con questo ci confrontiamo. Punto!”, è chiaro che è così per tutti. Non ho capito se per te è importante che cambi o meno. Ma se c’è un “punto” (anche esclamativo, e ricordo che nella nostra cultura il punto esclamativo è molto adoperato nei romanzi e in fumettistica, mentre scarseggia nei testi di cronaca e in quelli di studio, allora non vi è confronto e discussione. E’ inutile. Si è definito autonomamente e senza confronto che le cose stanno così. E basta. Se le cose stanno “così” e non sono modificabili per nulla, o non si possono immaginare altri scenari e altre possibilità, allora occorre dire che la discussione è vincolata a questi confini, e non se ne possono immaginare altri. Nè lavorare per modificarli. Ma questa possibilità c’è, e c’è chi la vuole perseguire. Chi lo fa seriamente andrebbe distinto da chi lo fa solo per interesse personale, o anche per interesse di categoria. L’interesse, infatti, penso debba essere quella dell’utente/consumatore/cliente. E io penso che gli Ordini italiani (qualsiasi) non perseguano più questo da tempo, perché troppo “protetti” e “protezionisti”. D’altronde i cambiamenti, anche culturali, più interessanti e significativi sono stati prodotti da chi ha avuto la capacità di “immaginare” nuovi riferimenti e codici(e una buona gestione quotidiana dell’utopia ci serve oggi più che mai). Non certo da chi, data la scatola X, si è solo adoperato a far funzionare meglio l’apriscatole, o a mettervi dentro, in ordine, delle cose. Buona vita anche a te, e grazie di questa tua intensa partecipazione.

  17. io chiedo che l’Ordine diffidi con un atto formale Istituzioni, Enti pubblici e privati (locali), ad appoggiare attività e iniziative che possono prefigurarsi come “esercizio abusivo della professione di psicologo”. Dalle mie parti ad esempio il Comune diede l’ok qualche anno fa per avviare un progetto di “consulenza in farmacia” promossa da una scuola di counseling (gestita da psicologi). Qualche anno dopo ho trovato uno “sportello di counseling” all’interno di una nota clinica privata dove educatrici che avevano frequentato quella scuola offrivano consulenza. Allora dobbiamo preparare un documento che sia uno e valido per tutti, chiedere che l’Ordine si muova per divulgarlo capillarmente.

  18. Non posso far altro che esprimere la mia solidarietà con i colleghi dell’OPL e con tutti quelli che patiscono dei fastidi a causa del loro impegno nella tutela della professione, che è anche e sopratutto tutela dell’utenza. Spero che l’esito di questo procedimento si unisca ad altri (i.e. il pronunciamento dell’Antitrust sulla presa di posizione dell’O.P.Piemonte e la sentenza della Corte di Cassazione che finalmente riconosce nel colloquio condotto secondo metodi psicologici uno strumento professionale) per “fare giurisprudenza” e contribuire a chiarire una situazione che concordo con Francesco nel definire “vergognosa!” in quanto prodotta dal sistematico tentativo, da parte molti, di aggirare la L.56/1989, per continuare a farsi gli affari propri senza farsi alcuno scrupolo di mantenere o riproporre il caos in cui versava la professione di psicologo prima di essa.
    Buona giornata a tutti. Massimiliano

  19. La frase “Se il counseling è attività diversa dalla Psicologia (ndr: come sostenuto dai formatori di counselor e dai counselor stessi) non si capisce perchè la dovrebbero insegnare gli psicologi, se invece non lo è allora siamo nell’esercizio abusivo. Delle due l’una.” è una lampante stupidaggine.
    Se sostituiamo “counseling” con “nursing” e “psicologia” con “medicina” ci si rende conto della cosa. Anche i medici formano gli infermieri, eppure sono due cose diverse. Svegliatevi, ragazzi.

  20. è dagli anni 80 che il counseling tenta di crearsi uno spazio di relativa autonomia, a differenza di molti altri approcci rimasti più settari, come la PNL, la stessa psicoanalisi e molti altri (ognuno avrà esperienza di discipline e pseudo-discipline di confine che proliferano indisturbate).
    Vedo questa disputa come un passo necessario ma tardivo, e forse guidata da interessi prevalentemente economici (cosa che mi pone degli interrogativi, in uno scenario di apertura dei mercati e di crisi economica). Quindi sono fiducioso nel lascare spazio alle istituzioni e ai teorici della professione, certo che l’evoluzione che è già in atto troverà il suo corso.
    Non credo sia molto significativo quello che accadrà, piuttosto è molto interessante quello che sta accadendo, in Europa, in Italia, e in Lombardia.

  21. Salve a tutti.
    Trovo molto utile la provocazione lanciata da Claudio, poichè credo si debbano considerare anche i propri “punti di debolezza” se si desidera difendere la propria professione.
    Andrea dice:
    “Ho avuto modo di collaborare con un counselor apprezzando – da avvocato/mediatore civile – le sue competenze relazionali e le capacità di individuare e gestire le emozioni specie nell’ambito del problem solving della negoziazione e della gestione del conflitto. Ho collaborato nello stesso ambito anche con psicologi/terapeuti (AT e sistemico): anche un non addetto ai lavori come me può riconoscere le differenze tra le due figure e la diversa professionalità.”
    Vorrei capire meglio da Andrea cosa intende: qual’è la differenza fra le due professioni emersa? In base alla sua esperienza, le funzioni svolte dal counselor e dallo psicologo risultano chiaramente distinte o vanno a sovrapporsi? In quest’ultimo caso chi ha mostrato avere maggiori competenze sul campo?
    Il problema a mio avviso risiede nel fatto che non esiste una chiara ed inequivocabile immagine diffusa dello psicologo. Che cos’è e cosa fa lo psicologo?
    Riprendendo le parole di Andrea:
    “ci sono delle situazioni in cui non sussistono vere e prorpie patolgie, ma soprattutto relazioni disfunzionali e problemi di percezione, comunicazione e gestione del conflitto”
    Riferendo ciò che hanno insegnato a me l’elemento patologico è ciò che rende discriminabile la professione svolta dallo psicologo da quella svolta dallo psicoterapeuta. Se lo psicologo interviente esclusivamente in contesti “non patologici” egli stesso svolgerà il ruolo di counselor o di coach, credo!
    La psicologia nei suoi molteplici costrutti teorici raccoglie i più vari metodi e tecniche di intervento. Non ha quindi un’unica funzione ben definita, ma è una figura in grado di intervenire utilizzando gli approcci e i metodi più adatti in base alla situazione richiesta. Può fare questo perchè ha un’ampia visione delle possibilità e metodi d’intervento.
    Se lo psicologo sia poi in grado all’atto pratico di utilizzare al meglio le sue conoscenze rimane un problema legato alla formazione e alle competenze personali di ciascuno.
    Ritengo però che imparare alcune tecniche senza aver interiorizzato l’ampia panoramica dei metodi e delle tecniche disponibili non dia la possibilità di intervenire nel modo migliore a seconda delle situazioni.
    Ecco perchè ritengo che il cosiddetto counseling vada insegnato agli psicologi (che avrebbero così tanto bisogno di formazione sul campo) e non a chiunque.

  22. Caro Nicola, come spesso accade ultimamente, c’è odor di bufala in quello che scrivi.

    Il ricorso contro l’OPL è stato promosso da 16 ricorrenti: 15 sono psicologi, 1 è medico. Di counselor neppure l’ombra… anche perché i counselor non avrebbero giuridicamente diritto ad impugnare una delibera di un Ordine professionale al quale non sono iscritti.

    AssoCounseling ha effettuato un intervento adesivo, che è cosa un po’ diversa.

  23. c’è odor di bufala, dici? mi rimetto alle tue parole, non sono io l’esperto in materia!

    di certo non giova alla bufala girare intorno al pero!
    15 psicologi e 1 medico, è vero. Tutti però – guarda caso – facenti parte del mondo della formazione ai counselor. C’è odor di counselor, altro che di bufala! E non è un caso – o una bufala – il fatto che questi psicologi formatori di counselor si siano scagliati proprio contro il punto della Carta Etica che recita:

    le scuole di psicoterapia si impegnano a non organizzare corsi che insegnino strumenti e tecniche peculiari della professione psicologica (colloquio, test, assessment) ad allievi privi di abilitazione…

    si, si… c’è proprio odore di bufala :o)

  24. Nicola, così le bufale sono due: il ricorso non è contro la carta etica, ma contro la delibera sulla “piena applicabilità dell’articolo 21”.

    Troppe informazioni sbagliate stanno circolando sul ricorso e sull’oggetto della controversia. Dovrei questa settimana riuscire a pubblicare tutto integralmente così che, come al solito, ognuno si possa formare un’opinione leggendo il ricorso integralmente.

    PS Anna Barracco non mi risulta tra l’elenco dei ricorrenti, ho i nomi e i cognomi qui di fronte a me mentre ti scrivo.

  25. ti ringrazio per aver individuato anche la seconda bufala, come ti ho prima accennato, non sono io l’esperto in materia!
    fortuna che comunque c’è sempre qualcuno che poi ci chiarisce :o)

    io per ora mi attengo a ciò che di ufficiale ha pubblicato il sito OPL e sulla colletta… stendo un velo pietoso

    sai benissimo da dove si è creata la problematica e cosa coinvolge nella sostanza… al di là della forma “piena applicabilità dell’articolo 21?, ma ripeto: io sono quello delle bufale e tu quello della chiarezza!

    vai quindi presso le tue reti, sui tuoi spazi, e diffondi le tue chiarezze, buon lavoro!

  26. Interessante discussione

    Una riflessione teorica: le specializzazioni nascono storicamente sulla base di competenze riconosciute socialmente. Nel villaggio neolitico non c’era bisogno di tutelare il vasaio con un pezzo di carta perchè il vasaio era l’unico o comunque il più adatto a fare i vasi e tutto il villaggio lo sapeva. Nel corso della storia sono nati prima i mestieri, poi le corporazioni che li difendevano. Acquistando potere, le corporazioni hanno introdotto elementi di privilegio e di ingiustizia. Basti pensare che una delle cause dell’originarsi del rinascimento è stato lo sparigliamento indotto da quella catastrofe che è stata la peste del ‘300. Le sclerotizzate corporazioni medievali sono state spazzate via o meglio si sono dovute interrogare su come sopravvivere per fare fronte ai bisogni di una società cambiata, col risultato di un’apertura che ha portato al Rinacimento alcuni decenni dopo.

    Per certi versi la situazione della psicologia oggi richiama lo sbandamento di allora. La psicologia è a tutt’oggi terra di nessuno. I bisogni della società sono in continua evoluzione e non è affatto chiaro quale debba essere il ruolo preciso dello psicologo, nè a livello di percezione sociale nè a livello di riconoscimento istituzionale.

    Per tornare alla metafora iniziale, lo psicologo offre vasi in una società in cui i quasi-vasi, i finti vasi e i vasi fai-da-te abbondano, spesso sponsorizzati da venditori più conosciuti e potenti dei vasai stessi. Si badi che questa situazione è globalizzata, e si potrebbe estendere al mercato delle merci. Basti pensare per esempio all’impatto sul mercato alimentare di prodotti di costo più basso e qualità inferiore importati dall’estero.

    Dunque la prima battaglia dovrebbe essre quella per la trasparenza. Si sappia se Tizio è uno psicologo, un medico psicoterapeuta o un ciabattino che ha fatto un corso per counselor così come si deve sapere se il vino che compro è doc, docg o niente di tutto questo. Poi a me può piacere di più il vino che produce il mio contadino innalzando la gradazione con lo zucchero ma ho il diritto di sapere che il mio contadino non segue il disciplinare per il Brunello di Montalcino.
    Insomma, se non si può impedire che il mercato sia invaso da ciabattini che si proclamano umanisti almeno si sappia che facevano i ciabattini prima di autoproclamarsi (o essere proclamati da Zerbetto) umanisti.

    Senonchè c’è un problema ancora più grave e profondo legato all’abbaglio preso dalla psicologia negli ultimi decenni. Nel tentativo patetico di inserirsi nell’alveo delle scienze naturali la psicologia ha perso di vista il carattere scisso delle specializzazioni scientifiche stesse e si è autoproclamata specialità a se stante. A me come medico psicoterapeuta la cosa può anche fare comodo, nel senso che mi sta benissimo che mi si attribuisca una competenza particolare su ciò che è “patologico” e si lasci ad altri trattare ciò che non lo è. Il guaio è che la distinzione fra “normale” e “patologico” come tante altre che originano da una visione lineare piuttosto che sistemica propria di quasi tutta la tradizione scientifica fino a poco tempo fa (e ancora oggi violentemente sostenuta da chi ne abbia interesse) è fasulla o perlomeno fortemente opinabile.

    Concludendo.
    Lottiamo per non tornare a prima della 586 (meglio una cattiva trasparenza che nessuna trasparenza).
    Lottiamo perchè le figure che inevitabilmete cercheranno di affermarsi siano almeno riconosciute per quello che sono, nelle loro possibilità e limiti.
    Al tempo stesso prendiamo coscienza che il tentativo di saccheggio di competenze ha origini storiche anche negli errori e nelle illusione della psicologia stessa, e proviamo ad assumere quel ruolo di avanguardia che la cultura psicologica potrebbe consentire di assumere, piuttosto che di retroguardia in difesa di qualcosa che è ancora (almeno de facto) da definire.

  27. Nicola, mi sono aperto tutti i link da te postati prima: sono aperti a medici, infermieri, ostetriche, etc. Quindi non solo a medici laureati in medicina. E, nel caso specifico, poiché sono corsi accreditati ECM, sono evidentemente aperti solo a “personale sanitario”. Tempo fa vidi che in una ULSS vicentina c’era un corso di counselling skills con crediti ECM: mi sono informato e vi hanno partecipato medici, infermieri, assistenti sociali, educatori professionali, OSS, ostetriche, ecc. La tua obiezione, quindi, su “libera partecipazione a corsi” in “libero stato” con “libero insegnamento”, mi pare tutelata, perlomeno dai suddetti corsi che portavi a supporto della tesi contraria. I corsi di Zerbetto and Co. NON sono corsi per COUNSELLOR, ma corsi di “counselling” per tutti i professionisti del sociale e del sanitario che vogliano iscriversi, oltre che per altri professionisti (per esempio, responsabili di risorse umane di aziende). Che poi tutti questi ultimi, dopo 3 anni di corso, decidano di dichiararsi “counsellor”, associarsi tra loro, e farne una professione a sè, non è responsabilità nè di Zerbetto, nè di Baracoo, nè dei formatori. Io credo che tu e l’Ordine dobbiate denunciare tutti, dico tutti, i counsellor italiani (circa 2-3000 mi pare) riuniti in associazione (Assocounseling, SICo, AICO, REICO; ecc.) per abuso di professione. Tutti. 2-3000 cause sarebbero un bel malloppo, se vinte. Sei d’accordo?

  28. é stato più fatto nulla x bloccare la firma del contratto d’affitto del palazzetto sul lungo tevere da parte dell’OPL? Si potrebbe lanciare 1 referendum tra gli iscritti x saper se sono d’accordo?
    fammi sapere ciao
    PS x gli psicologi penitenziari pare che non ci sarà più 1 futuro

  29. Credo che Niccolò abbia ragione su tutti i fronti. Tutti gli ordini regionali dovrebbero unirsi in questa battaglia….
    Per quanto riguarda i colleghi che non si sentono minimamente minacciati, premettendo che rispetto pienamente il loro credo,mi sento di dire che noi psicologi/psicoterapeuti dobbiamo imparare a proteggere maggiormente la nostra professionalità perchè sarebbe veramente svilente pensare che qualcuno che 1/4 della nostra formazione possa lavorare in contesti che presuppongono tecniche, concetti e strumenti, che fanno parte del bagaglio di un Professionista Specializzato.

  30. Io non capisco i termini della questione! I non laureati o i laureati in altre facoltà vogliono fare un corso di counseling per migliorarsi, per capire, per interesse? Va benissimo!!!!! Perchè dovrebbe essere vietato? Ma alla fine del corso pero’, gli verrà rilasciato solo un attestato di partecipazione non abilitante alla professione. L’abilitazione ad esercitare dopo un corso di Counseling, o Mediazione Familiare, o coaching verrà invece rilasciata solo ai Laureati in Psicologia (5 anni) e iscritti all’albo A. Dov’è il problema? Ah, forse ho capito!!! Forse il problema è nel fatto che gli iscritti sarebbero di meno? : ) Io inizio a chiedermi che senso abbia l’esistenza della Facoltà che ho fatto se siamo arrivati a questo punto! Al momento sto scrivendo una lettera al Ministro della Pubblica Istruzione (so che probabilemente non avro’ risposta), perche’ credo che oltre a coinvolgere sempre e giustamente gli Ordini Regionali e quello Nazionale, magari andrebbe fatta pressione anche al Ministero! La facoltà esiste! Esiste una regolamentazione legislativa! Inoltre anche i Medici (visto che ora Psicologia e inclusa nella facoltà di Medicina) dovrebbero essere coinvolti! Che ne dite?

  31. Per Andrea (l’avvocato):
    ” Sono assolutamente d’accordo con Nicola! Qui non si vuole impedire a chi ne ha voglia di implementare le proprie conoscenze e risorse per avere miglioramenti sul piano personale e lavorativo. E se un corso di counseling, PNL o simili puo’ essere la strada, ben venga. Il problema è un altro. Se da domani iniziassero a fioccare corsi di due o tre anni che formino consulenti legali, e questi nel giro di un decennio iniziassero a dire alle persone che non fanno il lavoro degli avvocati, ma che molte delle cose che fanno gli avvocati le fanno tranquillamente anche loro, come ti sentiresti? Come ti sentiresti nel venire a sapere che tu hai dovuto studiare anni e decine di esami all’univaersita’, hai dovuto scrivere una tesi, hai dovuto fare un tirocinio e un Esame di Stato per poter diventare quello che sei, e invece questi corsi sono aperti ai Diplomati? Secondo te, Andrea, un laureato in Matematica che dovesse fare un “corso di Consulenza Legale” di due o tre anni, potrebbe avere la tua formazione? La tua professionalità? Come ti sentiresti nel sapere che quei corsi sono organizzati da tuoi colleghi che vivono alle spalle della tua categoria?
    Inoltre, e concludo, spesso non viene mica tanto detto a chiare lettere che si è in presenza di un counselor! Se possono evitano tranquillamente facendoti credere di essere molto, ma molto di piu'”.
    Spero di averti dato ulteriori spunti di riflessione,
    Francesco

  32. Il compianto Lorenzo Accame, che fu mio docente di Storia della Filosofia a Padova diveva: “tipi curiosi voi Psicologi: costruite un retino, lo chiamate retino per farfalle, e poi dopo averlo agitato in aria chiamate farfalle tutto ciò che vi rimane catturato” … riferendosi ovviamente alla “tassonomia” diagnostica che, individuati dei criteri, definisce con l’etichetta del caso coloro che rispondono ai criteri stessi.

    Bei tipi, potremmo aggiungere oggi, “arrivati in un territorio, nemmeno ben definito, piantano bandierine, rivendicando la proprietà del campo, spesso senza nemmeno sapere cosa coltivarci, o come …”

    Vi riporto una definizione sintetica di Counsellor che ho scritto qualche anno fa:

    “Counsellor è colui che opera per l’analisi e la chiarificazione dei problemi, per la mappatura delle risorse personali ed ambientali, per la facilitazione delle relazioni interpersonali, per l’individuazione di opzioni e strategie, al fine di favorire il cliente, sia esso una persona, un gruppo o un’organizzazione, nel raggiungimento dei propri scopi, nella risoluzione dei conflitti e nel superamento di problemi specifici ed attuali”

    Con che diritto possiamo impedire ad un laureato in filosofia di fare queste cose ? E sulla base di cosa pretendere che ai ns colleghi sia vietato insegnare al suddetto laureato come farlo al meglio ?

    Un altro paio di maniche è capire come regolamentare una situazione nella quale un counsellor si mette a dare per 2 anni appuntamenti settimanali a qualcuno chiamandolo “paziente”, chiamando il proprio operare “terapia” ed intervenendo in ambiti nei quali è del tutto incompetente: lavoriamo per imporre codici deontologici ma soprattutto (altrimenti non servono) per farli rispettare.

    Uscendo dalla paura e dal corporativismo (debolezze comprensibili con questi chiari di luna) cerchiamo quindi di accettare che, caro Christian, il campo dell’anima (o della mente, come vuoi) è grande, non recintato, non è stato dato in concessione a nessuno, e non si può prenotare.

    grazie grazie per la cordialità e lo spessore di questa discussione, il cui argomento è più complesso e controverso di quanto non sembri

  33. Claudio, in effetti io non muovo la mia critica alle migliaia di counselor presenti sul territorio facendo di tutta l’erba un fascio. Mi lamento in particolare di un certo mercato formativo completamente deregolamentato che inserisce bufale e fa uscire bufali. Poi è ovvio che esistono counselor o coach che magari operano meglio che uno psicologo, ma non è questo il problema!

    l’altro giorno ho beccato un avvocato che, a seguito di corso di mediazione familiare presso una scuola di psicoterapia bolognese di famoso psicoterapeuta, proponeva nel suo sito web “counseling PSICOLOGICO!!! on line”, sostanziando questa sua skill con il fatto che si è formata presso una scuola di psicoterapia conosciuta

    oggi una collega mi ha girato il cv di un counselor, su milano, filosofo, 3 anni di masterino di counselor, che oggi riporta un’esperienza di lavoro in struttura milanese, ruolo counselor/tutor, e attività “colloqui di SOSTEGNO PSICOLOGICO individuale e di gruppo”, roba da denunciare lei e la struttura (come del resto faremo)

    ed allora, hai ragione, il problema è complesso… io non posso ne voglio impedire di farti occupare di ciò che riporta la TUA definizione, ma sicuramente mi VOGLIO adoperare – entro cornici previste da legge – per tutelare la MIA professione e chi tenta di sversare MIEI strumenti e competenze al primo mercato ortofrutticolo dietro l’angolo

    buona vita
    nicola

  34. Ogni volta che leggo le specifiche a cui fanno riferimenti i corsi di Counseling, spesso leggo nomi come Carl Roger, Maslow, Analisi Transazionale, Berne, Motivazione, Autostima! Sincramente non mi sembrano BANDIERINE! Sono tutti nomi e concetti che hanno strattamente a che fare con una sola Materia! Non per rivendicare nulla, ma forse prima di muovere critiche e uscirsene con frasi davero inopportune come quella riportata:”Bei tipi, potremmo aggiungere oggi, “arrivati in un territorio, nemmeno ben definito, piantano bandierine, rivendicando la proprietà del campo, spesso senza nemmeno sapere cosa coltivarci, o come …” …. beh, a me invece sembra che Medici, Filosofi e “non meglio definiti” abbiano fiutato l'”AFFARE” e si vogliano trasformare in quello che non sono con corsi e corsetti, senza fare quello che va fatto! Per esempio, impossibile e sottolineo, impossibile, fare consulenza e colloqui senza aver fatto, secondo me, un percorso di Psicoterapia personale. Figuriamoci se poi non si è mai letto il DSM IV (tutti i filosofi lo hanno letto giusto?)!!!!!

  35. Claudio, con una definizione come quella, non si può impedire nulla a nessuno. È così vaga che altro che il retino acchiappafarfalle del compianto Accame!

    Senza perdersi in sofismi e in epistemologie complesse (non perché non sia importante ma perché non è il luogo adatto), la questione va posta su due fronti: 1. la professionalizzazione dello psicologo 2. la tutela del cliente e, quindi, della professione.
    Punto uno: è chiaro – e ti do pienamente ragione, Claudio – che la maggior parte delle università di psicologia non formano a livello pratico, per cui o si fa la specializzazione in psicoterapia (che però, a causa dell’inflazione e della mancanza, anche qui, di sorveglianza, non è garanzia di vera formazione pratica) o si fanno delle scuole di counselling che insegnano strumenti che già lo psicologo dovrebbe possedere.
    Punto due: in Italia la gente si fa prendere in giro su presunti guaritori, medici “alternativi”, diagnosti olointegrati, chirurghi filippini che tirano fuori ossicini di pollo etc. figurarsi nel campo psicologico, in cui non c’è una tradizione culturale consolidata neanche lontanamente comparabile con quella della medicina! Voglio dire: tutelare la professione è a vantaggio dei clienti, che hanno diritto a dei professionisti seri e competenti. A questo dovrebbe servire la laurea, l’esame di stato etc. Atti giuridici che dovrebbero garantire ai clienti dei professionisti. Non entro nel merito dell’attuale Esame di Stato, perché c’è da piangere, ma, come si dice: “se avere la laurea non è sinonimo di cultura, figurarsi avere solo la licenza media!”. È poi anche una tutela per noi psicologi: io abolirei l’albo, sia chiaro, ma al contempo pretenderei che la legge definisse in modo quanto più chiaro e concreto possibile cos’è e cosa fa in modo peculiare ed esclusivo uno psicologo. Fatto questo il problema è risolto. L’urgenza, quindi, non è definire chi è il counsellor, ma definire chi è lo psicologo (perdonami Nicola se è la 300ma volta che lo scrivo nei commenti ai tuoi post…).

    Per scendere nel concreto: ho visto in tv una psicoterapeuta medico che commentava il caso della ragazza uccisa nell’ascolano. Parlando ha detto più volte “come psicologa…”. Se io andassi in tv e dicessi “come medico” dopo quanto mi beccherei una denuncia?
    Altro esempio: conosco molti grafologi, e fanno psicodiagnosi, né più né meno. La chiamano in modo diverso, stanno abbastanza attenti a non scrivere i nomi di psicopatologie, ma di fatto fanno psicodiagnosi.
    Come Nicola, conosco anche molti counsellor, e fanno più degli psicologi: fanno gli psicoterapeuti. Non usano mai il termine psicoterapia, se ne guardano bene, ma è quello che fanno: fanno colloqui per “risolvere problemi”, usano delle tecniche elaborate in ambito psicoterapeutico, usano concetti psicoterapeutici, usano il colloquio psicologico. Nei loro statuti ufficiali non c’è scritto nulla di tutto questo, formalmente si limitano ad ascoltare e risolvere dei non meglio precisati “problemi”. Di fatto si pongono verso la clientela sfruttando una comunicazione ambigua e una terminologia tipica degli psicologi. La pubblicità ingannevole non ti scrive mai che ti sta ingannando. Eppure esiste.

    In sintesi, come psicologi dobbiamo pretendere che la formazione degli psicologi sia concreta e professionalizzante. Dobbiamo pretendere che chi esce dal corso di laurea sia preparato come counsellor, coach, psicodiagnosta, promotore del benessere e capace di progettare interventi nelle comunità. E dobbiamo anche pretendere che si crei una giurisprudenza in cui vengono definite con chiarezza le competenze dello psicologo. Senza bizantinismi.

    Per intenderci: io so bene cosa significa che “non posso prescrivere farmaci”. Ma di preciso, cosa significano espressioni come “sostegno” e “abilitazione” e “promozione”? Cosa significano concretamente le distinzioni tra psicologo e counsellor sulla base di espressioni come “non operare in profondità”, “risoluzione dei conflitti” etc.?
    Finché è “terra di nessuno”, tutti hanno da rimetterci- E come in tutte le terre di nessuno ci guadagneranno solo i furbetti e i disonesti.

  36. Codice Deontologico degli Psicologi
    Articolo 21
    Lo psicologo, a salvaguardia dell’utenza e della professione, è tenuto a non insegnare l’uso di strumenti conoscitivi e di intervento riservati alla professione di psicologo, a soggetti estranei alla professione stessa, anche qualora insegni a tali soggetti discipline psicologiche. È fatto salvo l’insegnamento agli studenti del corso di laurea in psicologia, ai tirocinanti, ed agli specializzandi in materie psicologiche.

  37. Certe cose proprio non si possono sentire i counselor che denunciano l’Ordine.
    Mi chiedo quante altre cose ridicole di questo tipo ci toccherà sentire.
    Il “bello” è che poi sti counselor credono di essere nostri colleghi mentre con noi psicologi non hanno niente da spartire.
    La cosa peggioire è che dietro a ste scuole ci sono solo interessi economici, non fa niente poi se si va a danneggiare la professione e la cetegoria degli psicologi.
    Penso che ci vorrebbero sanzioni esemplari per chi dirige queste scuole aperte a tutti solo per riempirsi le tasche.
    Ho preso informazioni da 4 scuole di counseling ebbene su 4 3 facevano la versione doppia del corso una riservata a psicologi e una aperta a tutti.

  38. Visto che gli spunti che avevo proposto in un precedente intervento piuttosto articolato non sono stati raccolti provo a riproporli in forma diversa e più succinta.

    Un dietologo può somministrare una dieta o no?
    Immagino che tutti risponderanno di sì.

    Mentre somministra la dieta può parlare con il paziente (uso volontariamente questo termine dato che molti dietologi lavorano in ospedale)?
    Immagino che ci voglia un certo coraggio per dire che non può parlare.

    Se siamo d’accordo che può parlare come facciamo a evitare che dia qualche consiglio, magari ispirato alla terapia “cognitivo-comportamentale” che va di gran moda e viene distribuita a piene mani nei corsi per dietologi? Mettamo delle cimici? Denunciamo tutti i dietologi che non siano sordomuti?
    Se un medico cardiologo, che non credo possa essere considerato “meno” dello psicologo se non da uno psicologo che soffre di delirio di onnipotenza (e che dunque andrebbe curato da un collega opportunamente abilitato), se un cardiologo, dicevo, decide di dedicare una mezz’ora all’ascolto di un paziente che soffre di aritmie nella consapevolezza dell’importanza della relazione e delle implicazioni somatiche delle problematiche affettive, è un professionista serio o è un esercente abusivo della professione di psicologo?

    Mi piacerebbe avere risposta alle domande che pongo.

    Poi condivido perfettamente la posizione di Nicola e credo che vada tenuta alta la vigilanza affinchè un ciabattino con diploma di counselor non si metta a fare lo psicologo o lo psicoterapeuta. Cosa che peraltro non sono sicuro derivi in automatico dalla semplice attivazione di un corso di counseling.
    Ma una riflessione sul carattere relativo delle distinzioni che si sentono penso gioverebbe a tutti.
    O no?

  39. Fabio, il problema – RIPETO – è che dietologo e chirurgo sono professioni esistenti, riconosciute e normate. Sono LIBERISSIMI di farsi un corso di counseling per poi tornare a studio e continuare a fare il Dietologo ed il Chirurgo ma con strumenti migliori per gestire la relazione con il “paziente”. Se invece quello stesso dietologo, si appassiona alla “chiacchiera” con il paziente, a tal punto da aprirsi uno studio e fare il counselor… beh… li personalmente mi girano le balle!

    E’ chiara la differenza o necessita una rappresentazione grafica???

  40. Rispondo a Fabio Magni:

    Mi dispiace Fabio, ma il problema con le figure limitrofe l’ordine dei medici se lo pone eccome… di recente c’è stata una sentenza che ha sancito come solamente i medici possono prescrivere (a questo punto è questo il termine più adeguato) una dieta, “eliminando” la concorrenza ad es. dei biologi e dei dietisti.

    Per entrare nel merito della questione: sono d’accordo che le conoscenze psicologiche siano diffuse. Oggi accanto alle competenze tecniche sono neccessarie competenze relazionali, comunicative… Mi pare importante che un insegnante possegga competenze di ascolto, problem solving, di gestione dei conflitti, di gestione dell’aula, dei gruppi, etc.. lo stesso vale per un pedagogista, educatore, assistente sociale… ritengo importante che vi sia una socializzazione delle conoscenze per favorire una crescita collettiva: per diventare dei bravi insegnanti, dei manager apprezzati, etc. Mai mi sognerei di dire che un educatore o pedagogista non possa tenere uno sportello d’ascolto in una scuola, che possa fare dei colloqui, che si possa occupare di prevenzione, etc. si tratta di persone con adeguata formazione e competenze.

    Non sono d’accordo se la formazione mira a formare invece dei piccoli psicologi, brutta coppia dei quelli veri. Non ritengo possibile che andando 2 o 3 volte alla settimana o addirittura al mese in una scuola di counseling si acquisicano le competenze di un educatore, pedagista, psicologo o addirittura di uno psicoterapeuta!

    Mi sono da poco specializzato in psicoterapia della gestalt, immagina la mia perplessità quando sento parlare di “gestalt counseling” e vedere utilizzare lo stesso approccio, le stesse tecniche (senza avere la stessa preparazione culturale e professionale) dai counselor!

    A tale riguardo ho letto che è passata in cassazione una sentenza per cui il colloquio psicoanalitico è di pertinenza solo degli psicoterapeuti psicologi e o medici.
    Spero che questo valga anche per il colloquio di altro orientamento come quello della Gestalt, sistemico, etc in quanto specialistico anch’esso!

    Ripeto, nulla da dire sul counseling pedagogico, sanitario, filosofico… quello sì che è “altro”.

    Che la formazione di queste scuole sia davvero misera lo si può evincere da diversi fattori, ad es. forse che un counselor, con la formazione light che ha in italia, si vede riconosciuto il titolo all’estero? Se va in Inghilterra, per es. può fare il counselor? La risposta è negativa.

    Sempre nel merito c’è già stata una sentenza a tal proposito: “Sentenza Venezia” (sentenza n° 13 del 01/10/2009) che entra proprio nel merito sul quale stiamo disquisendo.

  41. Aggiungo un’ultima cosa:
    credo che l’articolo 33 della Costituzione Italiana “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento” trovi armonizzazione con l’articolo 21 del codice deontologico e di costituzione della figura professionale dello psicologo “Lo psicologo, a salvaguardia dell’utenza e della professione, è tenuto a non insegnare l’uso di strumenti conoscitivi e di intervento riservati alla professione di psicologo, a soggetti estranei alla professione stessa…” nella misura in cui l’insegnamento della psicologia è mirato a favorire la libera conoscenza e non mira a creare dei “piccoli psicologi”. Questo credo sia anche il senso anche della sentenza di venezia di cui sopra (sentenza n° 13 del 01/10/2009)

  42. “Se un medico cardiologo, che non credo possa essere considerato “meno” dello psicologo se non da uno psicologo che soffre di delirio di onnipotenza”.

    Ma che vuol dire: “meno”? Meno competente? E in cosa: in medicina? In psicologia?

    Sii più chiaro.

  43. Caro Nicola e cari colleghi, mi sento imbarazzato ad intervenire ancora una volta su problematiche riguardanti la nostra professione sic! nel nostro Paese sic!, sic! credo che abbiamo un gran da fare nel dire e nel progettare purtroppo poco fare nel nostro essere ? Abbiamo in 37 anni vinto forse qualche battaglia ma abbiamo sempre perso le Guerre, ciò purtroppo fa parte della nostra storia collettiva ……., meno del nostro impegno individuale, per fortuna la responsabilità e la coscienza individuale non è stata intaccata intaccata dalla fantasia di un Ordine e di una Previdenza ohps! previdenza che cura e tutela interessi di una piccola parte e non ….. cose dette, scritte ma purtroppo sempre attuali forse se guardiamo alla storia e siamo più attenti alla realtà potremmo accorgerci che c’è bisogno di una grande revisione e di ripensare anche alle forme di aggregazione professionale e soprattutto Previdenziali ma……. sento che il gelo ci avvolge e volgiamo troppo spesso lo sguardo al cielo….. un abbraccio a tutti.

  44. Seguo con molto interesse questo dibattito sui counselor, in quanto sono parte in causa, ovvero “l’oggetto” del contendere, un counselor non laureato. Vorrei farti una domanda: come pensi dovrei orientarmi per il futuro, continuare ad investire soldi e tempo per fare il counselor, oppure considerare i soldi ed il tempo spesi per la formazione come una psicoterapia dai costi fuori dai parametri commerciali di riferimento ordinistico?
    Grazie

  45. Rispondo a Leonardo Stivala.
    Leonardo ti stanno fregando: stai studiando per un titolo che non è riconosciuto da nessuno!
    Quanto hai investito per la formazione? Quanto pensi di guadagnarci?
    Hai 80 mila psicologi là fuori e saranno sempre di più! A tre anni dalla laurea una psicologa porta a casa 750 euro al mese (dati almalaurea). Ovvio che gli psicologi sono furiosi (ed è facile immaginare che lo saranno sempre di più) con chi si improvvisa “esperto della relazione d’aiuto”! Dalle parti mie si dice che “xe diventa cativi quando i te toca il portafoglio”! Per rincarare la dose, nei prossimi anni le cose andranno ancora peggio (un mercato che non cresce, sempre più concorrenza…) con quel titolo non puoi neanche andare oltre confini perché ti riderebbero dietro.
    In bocca al lupo!

  46. A Leonardo Stivala:
    Suggerimento: su linkedin non scrivere counselling psicologico-relazionale perché è palese abuso della professione! Scrivi piuttosto counseling olistico o cose del genere… ecco cancellerei anche “per la soluzione di disagi psicologici”, sei psicologo forse? Assurdo!!!

  47. Errata corrige dati almalaurea:

    anno di indagine: 2010
    anni dalla laurea: 3
    tipo di corso: laurea specialistica
    Ateneo: tutti
    Facoltà: Psicologia
    gruppo disciplinare: psicologico

    guadagno mensile netto:
    Uomini 1.112
    Donne 863

  48. Sottoscrivo in pieno quello che ha scritto il mio quasi omonimo (Cristian).

    Nicola, se ti interessa ho iniziato a spulciare un po’ nei siti e nei blog personali di molti counsellor a Roma (ho limitato la ricerca alla mia città). Chiunque può farlo: basta cercare con Google. Emerge chiaramente che, al di là delle definizioni prudenziali e dei giochi linguistici delle scuole ufficiali, molti counsellor affermano chiaramente di intervenire per “depressione, attacchi di panico, disturbi ossessivi-compulsivi, disturbi post-traumatici…”.
    Le definizioni di counselling che danno solo né più né meno che la definizione di psicologo: non è psicoterapeuta ma si occupa di “sostegno” e “orientamento” per disagio e problemi psicologici.
    Ma se si legge con attenzione, non fanno gli psicologi ma gli psicoterapeuti. Per riprendere la definizione di Cristian: non sono “piccoli psicologi” ma “piccoli psicoterapeuti”. Utilizzano le tecniche del colloquio psicologico, la tecnica della sedia vuota e delle due sedie, la desensibilizzazione, gli homework, l’analisi strutturale degli Stati dell’io… Insomma, “strumenti di intervento” che l’articolo 21 dichiara essere propri della professione di psicologo (ma sarebbe più corretto dire dello psicoterapeuta).
    Non dovete credermi sulla fiducia: cercate i siti personali di counsellor, coach etc. della vostra città e verificate di persona.

    Questi sono i fatti. E le associazioni di counsellor hanno concordato che per la formazione sono necessarie 450 ore. Gli psicologi (non psicoterapeuti) fanno 400-1000 ore solo di tirocinio! Senza contare i 5 anni di università. Sono “piccoli terapeuti” senza la formazione di un terapeuta e senza il vaglio del titolo accademico di stato e dell’esame di stato. E pur avendo un codice deontologico (copiato da quello degli psicologi, cambiando semplicemente “psicologo” con “counselor”) nessuno può sorvegliare la loro attività ed eventuali responsabilità di natura deontologica. È su questo che bisogna riflettere, non sull’insegnare una comunicazione efficace a medici, avvocati etc. che anzi è auspicabile.

  49. Bah! non per compatirli ma mi sembrano molto ingenui ‘sti counselor! A parer mio, occorre agire anche sui colloghi psicologi che approffittano della buona fede della povera gente con corsi improbabili e soprattutto fornendo aspettative illusorie!

  50. Invito tutti i colleghi a promuovere una campagna di boicottaggio delle scuole che formano counselor! Del tipo inserire nei propri siti web “boicottiamo le scuole di psicoterapia che formano counselor”… a proposito perché non fornire un elenco di quali sono queste scuole?

  51. Cazz…., siete davvero agguerriti incazzati e organizzati. X Cristian ho colto i tuoi suggerimenti, e tengo a dirti che io non mi sogno nemmeno di fare lo psicologo, è vero che ho tanti amici e colleghi psicologi, e con alcuni collaboro. La maggior parte dell’attività di counseling la svolgo a titolo gratuito e coniugandola con lo shiatsu (uno dei metodi diagnostici dello shiatsu è il colloquio- mon shin). Credo che il vostro lavoro sia noioso e invadente così come è largamente concepito, credo altresì che non tutti gli psicologi siano d’aiuto ai propri clienti, credo che un buon psicologo abbia un potere ed un carisma particolare, insomma anche io ho tante sicurezze assieme a tanti dubbi, ed è per questo che sto comunicando con te.

  52. @Leonardo Stivala
    Io ti consiglierei un corso di laurea in psicologia. In alternativa applicare ciò che hai preso nella tua vita come fa ad es. un venditore con un corso di pnl. Anche perché è evidente che qui ci sono delle forti contraddizioni e che di sicuro in futuro dovranno essere risolte, quindi io al posto tuo ci penserei bene prima di investirmi lavorativamente, rischiando in un futuro di trovarmi senza nulla in mano (vedi la recente sentenza contro i biologi dietisti).

  53. Un po’ di risposte.

    A Nicola.
    Avevo detto: Poi condivido perfettamente la posizione di Nicola e credo che vada tenuta alta la vigilanza affinchè un ciabattino con diploma di counselor non si metta a fare lo psicologo o lo psicoterapeuta
    Tu mi rispondi: Se invece quello stesso dietologo, si appassiona alla “chiacchiera” con il paziente, a tal punto da aprirsi uno studio e fare il counselor… beh… li personalmente mi girano le balle!
    Mi pare la stessa cosa, dunque faccio fatica a capire il tono piccato della tua risposta :).
    Certo avevo posto anche qualche stimolo di discussione più o meno sulla linea che aveva tenuto poco sopra Claudio Dalpaz. Diciamo, per sintetizzare, che l’occasione di una denuncia (che mi pare piuttosto comica) fornisce però lo spunto per occuparsi anche di sostanza oltre che di legittimità e di forma.

    Così ho l’occasione per proseguire sulla stessa linea d’onda e rispondere anche a Cristian.
    Non conoscevo la sentenza che citi e mi informerò. Se è come dici (e non ho motivo di dubitarne) la cosa non può che farmi piacere: la dieta non ha un valore in sè ma può assumere un senso dentro un processo di cura globale. Dunque ben venga che il dietologo sia obbligato a collaborare con chi almeno in linea teorica dovrebbe avere una visione più completa. Cosa succederà adesso? E’ presto detto: il dietologo continuerà a fare esattamente quello che faceva prima nello stesso modo di prima, però dovrà stare in un ambulatorio vicino a un medico che alla fine metta timbro e firma. Più verosimilmente, per non perdere troppo tempo, scriverà su fogli già firmati in precedenza. Se poi questo costringa il medico ad interessarsi almeno alla qualità del suo dietologo non so… sarebbe auspicabile ma dipende molto dalla coscienza delle persone.

    A Salvatore
    Quando dico che il cardiologo non può essere “meno” intendo dire che mentre il counselor può essere anche un ciabattino che abbia fatto un corso di quelle poche ore, e dunque non può avere la preparazione generale di uno psicologo, il cardiologo ha alle spalle almeno 10 anni di studio universitario (6 di laurea e 4 di specializzazione) contro i 9 (5+4) di uno psicologo psicoterapeuta. E’ ovvio e sacrosanto che il cardiologo non possa fare lo psicoterapeuta se non adeguatamente formato. Ma è anche auspicabile che possa approcciarsi al suo lavoro in una prospettiva globale approfondendo anche gli aspetti psicologici e integrandoli in una lettura-pratica unitaria. Con la conoscenza della fisiopatologia umana e un rapporto con la malattia e il malato che uno psicologo non può avere.

    Insomma, non è così facile tracciare confini netti senza cadere in un burocratismo che qualora spinto un po’ può portare a risultati grotteschi. E mentre noi discettiamo di tutto ciò la società in cui viviamo si sta putrefacendo con relativa epidemia di sofferenza mentale trattata da maghi, erboristi e compagnia cantante (ora anche counselor come ultimi arrivati :))
    Dallo psicoterapeuta non ci si va perchè “non sono mica matto”. E chi non ci va perchè “non è matto” dovrebbe essere interessato al nostro tasso di scientificità?

  54. Mi associo a quanto scrivono Cristian e Christian Giordano e vado anche oltre: non solo, malgrado gli arditi sofismi che usano per dissimulare le somiglianze, è evidente che molti counsellors di fatto operino come “piccoli psicologi” e “piccoli psicoterapeuti”, ma è abbastanza ovvio che sia così.

    Circa un anno fa anch’io ho iniziato una mia personale ricerca partendo dai siti di alcuni counsellors operanti nella mia zona e, risalendo la struttura “a scatole cinesi” di scuole, associazioni, centri studi e federazioni in cui sono organizzati, sono arrivato a scoprire che una delle più grandi organizzazioni del settore è nata proprio all’indomani della promulgazione della L.56/1989, dall’unione di alcune “scuole di psicoterapia” che, non essendo state riconosciute come tali dalla commissione del MURST del ‘93, si sono magicamente trasformate in “scuole di counselling” in modo da poter comunque proseguire la loro attività.
    Contemporaneamente le scuole riconosciute ci hanno messo del loro attivando, parallelamente ai corsi di specializzazione in psicoterapia, i corsi di counselling.

    E cosa dovrebbe imparare uno in una “scuola di psicoterapia”, che sia riconosciuta o no come tale?

    Se vi interessa potete leggere della mia ricerca in alcuni articoli pubblicati sul sito di AltraPsicologia, anche se la parte più interessante, di cui ho riassunto qui la conclusione, è contenuta in un articolo ancora in attesa di pubblicazione.

  55. Al commento di Cristian “con quel titolo non puoi neanche andare oltre confini perché ti riderebbero dietro”, aggiungo che:
    * occorre vedere il percorso formativo di Leonardo, non il titolo. I “titoli”, per esempio in UK, non valgono nulla. Contano i percorsi formativi
    * se il percorso formativo di Leonardo si avvicina, per ore d’aula, tirocini, terapia personale, lavoro supervisionato, ad un percorso accreditato, Leonardo può inizare il percorso di accreditamento con un’associazione professionale di categoria e accedere al mercato del lavoro per counsellor (che è assai ricco in quel paese)
    * ad oggi, stante la situazione italiana, è difficile per un counsellor sia fare un tirocinio qualificante, sia svolgere un periodo significativo di lavoro supervisionato (lavoro non ce n’è neanche per gli psicologi, come dice bene Cristian), quindi può essere difficile accumulare l’esperienza professionale minima richiesta dalle associazioni professionali inglesi e irlandesi (per esempio)per l’accreditamento;
    * un’amica che ha studiato counselling in Italia e si è ora trasferita in UK mi riferisce che un’associazione professionale britannica molto quotata e riconosciuta le ha accreditato la formazione d’aula (500 ore) svolta in Italia, ma le ha chiesto un periodo (almeno altre 6-700 ore) di lavoro supervisionato. ieri mi comunicava che è riuscita a trovae un posto in un ospedale come counsellor volontaria, che le consentirà di accumulare l’esperinza necessaria per ottenere poi l’accerditamento (che non comporta esami, ma titoli, discussione di almeno 2 casi clinici, ecc.). Un saluto

  56. ….e di scuole di counselling ne nascono come i funghi, tutte gestite da psicologi (mica da counsellor)che, del resto, sono alla fame e qualcosa si debbono pur inventare per campare:

    http://www.ilmutamento.it/index_file/scuola_counseling.htm

    L’onda, oramai, è inarrestabile. Forse serve una strategia migliore, invece degli articoli 21 che, come provasi, a nulla son serviti e a nulla serviranno a fermare l’onda? Ho capito che c’è la LEGGE, e che vi si fa richiamo continuamente come se fosse cosa divina; ma qui c’è chi alla legge fa una sotterranea obiezione di coscienza, evidentemente, o forse la Legge non regola alcunché. E quindi va ridiscussa e cambiata. Saluti.

  57. Bravissimo Massimiliano, che dice: “[…]sono arrivato a scoprire che una delle più grandi organizzazioni del settore è nata proprio all’indomani della promulgazione della L.56/1989, dall’unione di alcune “scuole di psicoterapia” che, non essendo state riconosciute come tali dalla commissione del MURST del ‘93, si sono magicamente trasformate in “scuole di counselling” in modo da poter comunque proseguire la loro attività.Contemporaneamente le scuole riconosciute ci hanno messo del loro attivando, parallelamente ai corsi di specializzazione in psicoterapia, i corsi di counselling.”. Infatti, questo è pure il modo in cui, negli anni ’40 e ’50 del secolo scroso, è nato il Counselling negli Stati Uniti. Come reazione all’allora imperante e “chiuso” sistema psicopatologico della psicoanalisi. Tutta la psicoterapia “laica” si attestò sul “counselling” che, attualmente, è l’unica attività terapeutica regolamentata e accreditata negli USA (le regole le fissano i singoli stati ed il CACREP http://www.cacrep.org gestisce gli accreditamenti). La psicoterapia invece, per essere praticata negli USA, non richiede alcuna licenza. Accadrà così anche da noi? Un saluto

  58. Io ho l’impressione che ci siano scuole di specializzazione che non hanno più un numero sufficiente di specializzandi e che si riciclano come scuole di counseling per poter campare, altre che hanno annusato l’affare e si buttano in quella che appare loro come una miniera d’oro.

    A parer mio, le scuole hanno anche altre possibilità, senza buttarsi via! Es. proporre attività di supervisione per gli psicoterapeuti e per gli psicologi, moduli di formazione su specifiche tematiche su richiesta, seminari ECM e ancora proporsi sul territorio (aziende, scuole, enti di tutti i tipi…), facendosi conoscere e creando opportunità anche per i propri iscritti!

    Insomma ci sono scuole di specializzazione valide, altre dalle quali è meglio prendere le distanze; una ragione per non iscriversi è l’attivazione di un corso di counseling. Non iscriversi a queste scuole non può che fare bene agli psicologi e alla psicologia!

  59. A Fabio Magni

    È corretto quello che scrivi e sostanzialmente è ciò che dice Nicola: un conto è migliorare le proprie capacità relazionali nell’ambito del proprio lavoro un altro è esercitare il lavoro di psicologo o di psicoterapeuta senza essere né l’uno né l’altro.

    Trovo un po’ fuorviante paragonare gli anni di studio di due discipline differenti: anche chi studia Bibbia, ad esempio, fa 5 anni di specializzazione + 5 anni di teologia, ma non significa che possa fare il medico o lo psicoterapeuta… Inoltre, per essere pignoli, attualmente la formazione dello psicoterapeuta è di 3+2 di università, 1 anno di tirocinio + 5 anni di psicoterapia (senza contare i 6 mesi di esame di stato), quindi siamo a 11 anni, se si conclude tutto nei tempi prestabiliti. Ciononostante, uno psicoterapeuta psicologo non può somministrare psicofarmaci, anche se ha (parafrasandoti) “la conoscenza della psiche umana e un rapporto con la psicopatologia e il malato che un medico non può avere”.

    Trovo molto interessante e stimolante la tua conclusione: “Dallo psicoterapeuta non ci si va perchè “non sono mica matto”. E chi non ci va perchè “non è matto” dovrebbe essere interessato al nostro tasso di scientificità?” A rigori, dallo psicoterapeuta ci si va per fare psicoterapia, cioè per curare delle psicopatologie (vedi articolo di Lazarus del 1995). Il bacino di utenza dello psicoterapeuta psicologo è più ampio perché è anche uno psicologo, quindi può intervenire per l’orientamento, l’abilitazione/riabilitazione, il sostegno e la prevenzione/promozione del benessere psicologico in quanto psicologo, così come lo psicoterapeuta medico può somministrare farmaci, fare diagnosi etc. in quanto è comunque un medico.

    a Cristian
    Aderisco subito al tuo suggerimento. Qualcuno ha già creato un “logo” da utilizzare nei vari siti/blog?

    a Massimiliano
    Non vedo l’ora di leggerlo, questo articolo!

  60. X Giovanni- grazie delle tue delucidazioni, sembra che sia una storia ben nota, x aver riconosciuti i tuoi meriti devi andare all’estero dove ci sono poche chiacchiere e molti fatti.
    X Marco- in effetti è un ragionamento giusto, perchè spendere soldi per una formazione (counseling) che ha sbocchi limitati e costi maggiori rispetto ad un percorso universitario? Conosco molti counselor che lo stanno già facendo e credimi secondo me per voi è un autogol per due motivi: il counseling è cosa diversa dalla psicologia, e i counselor se continuerete questa vostra politica diventeranno nella maggioranza dei casi psicologi quindi vera concorrenza per voi (non è una minaccia ma x molti potrebbe risultare tale). Credo che i counselor siano stati tirati dentro questa battaglia indebitamente perchè così come leggo sembra una questione fra psicologi (tipico in Italia). Quindi a mio modo di vedere è improprio definirla guerra fra poveri, sarebbe più opportuno considerarla guerra fra poveri psicologi.
    X Cristian- ‘Bah! non per compatirli ma mi sembrano molto ingenui ‘sti counselor! A parer mio, occorre agire anche sui colloghi psicologi che approffittano della buona fede della povera gente con corsi improbabili e soprattutto fornendo aspettative illusorie!’ dici.Ci descrivi (i counselors) come dei coglioni che si fanno abbindolare da truffatori, senza neanche sapere le motivazioni di ognuno. A me sembri molto ingenuo tu che non ti accorgi che i tuoi ‘nemici’ come credo di capire li consideri, siano tuoi colleghi psicologi certamente più influenti e più ricchi di te (ma in questo caso lo sbaglio è mio perchè non ti conosco). Voglio dire che il dialogo è sempre positivo, aiuta a fare chiarezza, ma le cose dette tanto per dire non valgono molto, quanto poi sono offensive creano solo confusione. Grazie

  61. A Giovanni Turra:

    fai riferimento a quelle scuole di specializzazione che non hanno riconoscimento ministeriale, quindi hanno ripiegato a fare corsi di counseling… credo siano le stesse di cui parlava massimiliano sopra.

    Da una veloce scorsa su internet solo una minoranza delle scuole di specializzazione riconosciute hanno attivato un corso di counseling.

    Sul portale dell’ordine degli psicologi della lombardia si dice che la maggior parte delle scuole lombarde vi hanno aderito, dunque sono poche quelle che hanno attivato i corsi di counseling.

    Sullo stato delle cose in USA ne so poco, qualcuno mi illumina?

    A Christian:

    avevo già trovato un logo su facebook per dire basta, posterò a breve il link :).
    Bisognerà chiedere cosa ne pensa all’autore!

    Credo che oltre a boicottare le scuole di specializzazione che formano i counselor occorra incoraggiare e pubblicizzare le scuole che non hanno al loro interno corsi di counseling (anche per rispondere a Giovanni Turra), qui ne riporto una ad approccio cognitivo-comportamentale, una psicodinamica e una con approccio umanistico:

    – l’associazione di psicologia cognitiva di verona (a tal proposito mi pare che nessuna scuola di orientamento cognitivo comportamentale abbia corsi di counseling)
    – la scuola di Specializzazione in Psicoanalisi Lacaniana – Roma
    – Gestalt Therapy HCC Kairos

  62. Scusate la stanchezza : Sul portale dell’ordine degli psicologi della lombardia si dice che la maggior parte delle scuole lombarde hanno aderito alla CARTA ETICA, dunque sono poche quelle che hanno attivato i corsi di counseling.

  63. X Leonardo.

    Il problema è che non tutti i counselor non-psicologi sono seri.

    Ho seguito il consiglio di Cristian, digitando su Google “Counselor Roma”.
    Conosco alcuni counselor e alcuni sono persone serie, che fanno solo counseling vocazionale per l’orientamento scolastico o professionale e sanno benissimo dove possono spingersi con il cliente. Ma ora so che sono mosche bianche.

    In mezzo ad un mare di scuole di counseling e ad un solo sito di un counselor psicologo, mi è apparsa nella prima pagina di Google il link di un sito di una signora (ovviamente non è una psicologa) che scrive:

    “Il counseling è un’attività di orientamento psicologico […] praticato da coloro che non essendo psicoterapeuti svolgono comunque un lavoro ad alto contenuto psicologico..”

    Dopo dice chiaramente che “è una terapia” e si dilunga sul fatto che sarebbe da preferire alla psicoterapia perché, più “veloce”!
    Questa signora sostiene, infatti, che il counseling durerebbe dai 6 agli 8 mesi mentre la psicoterapia durerebbe anni!!

    A leggere queste cose c’è letteralmente da rabbrividire!

    Questa signora dice anche di praticare l’ipnosi, di fare counseling on line, il tutto condito dagli immancabili fiori di Bach (figuriamoci se mancavano).

    Se si va avanti con le ricerche ce ne sono di tutti i tipi. Abbiamo anche l’art counselor, che si propone di esplorare l’inconscio con tecniche proiettive attraverso i quadri (ne ho conosciuta una: vi assicuro che non ha la minima idea di cosa sia l’attendibilità o la validità di un test, nè i bias di chi somministra un test proiettivo, il setting, la codifica, ecc…; li propone nei forum e lì fa la sua valutazione).

    In ogni caso, come si fa a prendere sul serio la categoria dei counselor se le associazioni non vigilano e non tutelano l’utenza?

    Come è possibile considerarla una categoria di professionisti se sconfinano continuamente in ambiti non dove non hanno alcuna competenza nè riconoscimenti, rischiando continuamente di fare del male ai clienti?

    A mio modesto parere, per essere presi sul serio dovreste essere VOI STESSI a chiedere alle vostre associazioni un controllo e una deontologia seria, se davvero volete essere considerati una categoria professionale riconosciuta.

    Invece di accanirvi contro l’ordine degli psicologi o gli psicologi stessi, dovreste guardare al vostro interno, quello che fanno le scuole (che cosa realmente insegnano, la loro attendibilità) e le associazioni.

    Chiedere loro a gran voce di circoscrivere un ambito che non sia in sovrapposizione con quello di altre professioni legalmente discplinate, ma neanche ridicolo, basato sul nulla, e crearvi una identità professionale vostra, definita.
    Voi avete a che fare con le persone, non volete essere tutelati contro gli errori? Siete fortemente a rischio.

    Alla fine dei giochi, se poi qualcuno finisce in galera, ci va lui, non le scuole o le associazioni.

    Non credete di dover esigere una professionalità da chi vi prende dei soldi?

  64. A Cristian Giordano
    Prendo atto delle tue precisazioni. A me risultava che il corso di laurea in Psicologia durasse 5 anni e le scuole che consentono l’accesso all’albo degli psicoterapeuti fossero quadriennali. Avendo una certa età a volte mi scopro non sufficientemente informato sugli ultimi sviluppi di corsi che non frequento.

    La cosa interessante è che mentre siamo d’accordo tutti sulla necessità di difendere la professionalità dello psicoterapeuta da chi potrebbe svolgere fattualmente un ruolo simile non avendo basi adeguate, non siamo più d’accordo su altri argomenti più complessi.
    Per esempio, quando dici: (parafrasandoti) “la conoscenza della psiche umana e un rapporto con la psicopatologia e il malato che un medico non può avere” sembra un’ovvietà ma non lo è mica tanto. 10 anni di corsia non equivalgono a 10 anni di biblioteca nei fatti, al di là della adeguatezza dei titoli.
    Qualche post sopra una collega (sono medico specialista in psicologia clinica; posso definirla tale o non ho sufficiente pedigree:)?) si scandalizzava perchè un medico psicoterapeuta si era definito psicologo; però senza dire il contesto e il senso della definizione nè tener conto delle necessità di semplificazione televisiva.
    Insomma, mi pare di leggere alcune piccole scorie corporative anche fra gli psicologi; cosa che credo sia indice (ma potrei anche interpretare male) di un modo un po’ scisso di vedere la realtà, quasi che tutto ciò che riguarda l’umano fosse competenza esclusiva dello psicologo. Questo stile di pensiero non mi convince ed ha risvolti pratici negativi nel momento in cui l’autoreferenzialità riduce anzichè aumentare le capacità di lettura del reale.
    Per parafrasare Nicola, mi girano le balle quando un counselor si propone come psicoterapeuta, ma mi girano ancora di più quando qualcuno (solo disinformato?) preferisce il counselor allo psicoterapeuta.

  65. A Giovanni Turra
    Ti ringrazio per l’apprezzamento e l’estesa citazione del mio pensiero, anche se ho l’impressione che nel contesto in cui lo poni rischi di essere frainteso. Lo riassumo a scanso di equivoci: c’è qualcuno che insegna a fare psicoterapia, arriva una legge che vincola il suo insegnamento ad un riconoscimento ministeriale e comunque restringe i suoi allievi pretendendo che siano psicologi o medici, il riconoscimento gli viene negato e lui se ne frega, continuando a fare esattamente quello che faceva prima, semplicemente cambiandogli il nome. A me non sembra molto corretto, a qualcun’altro sì?
    Sull’analogia che proponi ho molti dubbi. Non ho notizia che negli anni ’40 o ’50 negli USA ci sia stata una “chiusura” della psicoterapia su di un “sistema psicopatologico psicoanalitico”, né che parte di essa sia derivata in massa verso il counseling. A me risulta che coesistessero psicoterapie di vario orientamento teorico e che numerosi psicoanalisti lavorassero seguendo metodi tutt’altro che “ortodossi” (Whitaker, Bowen, Wynne, Searles, Stack Sullivan … continuo?), ma comunque facevano psicoterapia, non counselling. Potresti precisare meglio a cosa facevi riferimento? Anche perché non capisco cosa intendi per psicoterapia “laica”.
    Non conosco la realtà attuale della psicoterapia negli USA e sinceramente sono più interessato a quella italiana, dove una legislazione in merito c’è (L.56/1989, C.D. degli Psicologi Italiani) e si tratta solo di fare in modo che venga applicata, evitando che i soliti “furbetti” trovino delle scappatoie per aggirarla.

    A Fabio Magni
    La mia opinione è che quando i pazienti (nell’accezione etimologica di “persone che soffrono”) ci si siedono di fronte ne hanno già abbastanza di preoccupazioni e non dovrebbero avere alcun bisogno di aggiungervi anche quella relativa al “tasso di scientificità” del nostro operato, proprio perché di esso dovremmo occuparci noi insieme alla comunità dei colleghi, agli Ordini ed agli altri enti che, rilasciandoci dei titoli, certificano la nostra competenza. Questi stessi dovrebbero poi preoccuparsi che chi non ha i titoli che garantiscono questo “tasso di scientificità” non vada in giro a far danni.
    Riguardo all’incredibile persistenza nel tempo dello stereotipo secondo cui dallo psicoterapeuta (e dallo psicologo, che con esso viene confuso) ci va solo “chi è matto”, ultimamente dobbiamo ringraziare anche alcuni counselors, che si premurano di distinguere il “counselling” dalla psicoterapia sostenendo candidamente che il primo è indicato per le persone “sane” che hanno qualche “problema” da risolvere, mentre la seconda, condotta da psicoterapeuti e psicologi (giacché anche loro fanno confusione) è un metodo per “guarire” le “malattie mentali”.

  66. A Giovanni Turra:

    Parliamo di schèi!

    – In USA le assicurazioni rimborsano la psicoterapia, più accreditata di così!!! Lo stesso in germania, austria, etc… Il counseling? NO!

    – In Italia i colloqui psicologici (quelli fatti da psicologi) possono essere detratti (anche questo potrebbe essere specificato nei siti web dei colleghi psicologi):

    Il Ministero della Salute ritiene equiparabili, ai fini che in questa sede

    interessano, le prestazioni professionali dello psicologo e dello psicoterapeuta

    alle prestazioni sanitarie rese da un medico, potendo i cittadini avvalersi di tali

    prestazioni anche senza prescrizione medica. È pertanto possibile ammettere alla

    detrazione di cui all’art. 15, comma ,1 lett. c), del TUIR le prestazioni sanitarie

    rese da psicologi e psicoterapeuti per finalità terapeutiche senza prescrizione

    medica.

    Inoltre essendo attività sanitaria la maggior parte dell’attività svolta da psicologi (sicuramente vale per colloqui) sono esenti IVA!

    I counselor non hanno la formazione adeguata e un regime fiscale che non li aiuta… dico ai counselor: non fatevi fregare da chi vi propone aspettative illusorie! Poi certo spetterà a noi vigilare per evitare l’abuso professionale!

    Ho già provveduto a segnalare un palese abuso al mio ordine proprio questa mattina… Ah, specifico che l’esercizio abusivo della professione è un grave reato (siamo nel PENALE) per cui è prevista la reclusione. Naturalmente il counselor deve pagarsi l’avvocato e le spese processuali oltre alla sanzione pecuniaria per l’abuso.. penso che siamo tranquillamente sui 10.000 euro omnicomprensivo.

    Cordialmente (pure ai counselor).

  67. Patrizia Guarino pone questioni serie a cui certamente va data risposta. Credo che, comunque, non siano tanto i counsellor ad accanirsi contro gli Ordini, ma viceversa. Rimane la questione che occorre una regolamentazione seria, pragmatica ed efficace. E’ vero: anche nel mio corso di counselling c’era una folle de Roma che dichiarava di avere “pazienti” ed emulava i psicoterapeuti. In sè non sbagliava, in quanto il COUNSELLING è una forma della “terapeia”, il problema è che, vista la legge 56, in Italia i counsellor non si possono formare come si dovrebbe perché la formazione si avvicinerebbe troppo a quella della psicoterapia. All’estero questo conflitto non esiste. In Italia, al massimo, con la formazione erogata, si possono acquisisre competenze di counselling per altre professioni. Di lì a diventare dei “therapist”, ce ne passa. La questione del counselling in Italia è fortemente influenzata dalla legge, ma la formazione è in crescita di qualità e non ho dubbi che nel giro di qualche anno si avvicinerà agli standard anglo-sassoni e celtici. Comunque, la tipa de Roma era decisamente “fuori”, e andava fermata alla fonte.
    Confermo, con Leonardo, che io son uno di quelli che prima, da Educatore, ha frequentato e concluso un corso di counselling; poi son diventato psicologo e tra un po’sarò pure psicoterapeuta; il corso di counselling non fu scorciatoia, ma genuino interesse, che rimane, per il counselling, che praticherò anche con il “titolo” di pscoterapeuta, perché il counselling E’ una forma laica di terapia in tutti i paesi in cui è originariamente sorto. Ma la formazionelì e qui non è poi così diversa. Solo che tirocini e pratica professionale supervisionata sono più intensi (e liberi) in quei paesi, dove vi è più storia, ricerca, verifica, riconoscimento sociale. Un saluto, G

  68. @ Massimiliano e Cristian: vi muovete, parlando degli USA, con una forma mentis e categorie tutte italiane. Psicoterapia e Counseling sono, negli States, pressoché la stessa cosa e lo stesso mestiere. Ma il Counseling ha bisogno di una licenza statale per essere professionalmente praticato, la psicoterapia no. In sintesi, se sei un Counsellor devi avere una licenza e puoi essere accreditato, se ti dici solo “psicoterapeuta” no (il che non significa non averne la formazione). Volete che vi racconti della potente American Counseling Association? Pari a questa c’è solo l’American Psychological Association, mentre l’American Psychotherapy Association è cosina di poco conto. Vi ricordo, per la cronaca, che counseling e psicoterapia, negli USA così come in Australia, Inghilterra, Canada, Irlanda, ecc., sono discipline autonome e indipendenti dalla psicologia. Cioè non serve la laurea in psicologia per accedere ad un corso accreditato di counselling e psicoterapia, e per diventare counselor e psicoterapeuti (e poter lavorare poi ovunque, anche negli ospedali pubblici). Le assicurazioni americane poi rimborsano una “therapy”, che la si chiami counselling o psicoterapia, purché il professionista accetti quella assicurazione e sia accreditato. Leggetevi questo articolo:
    http://findarticles.com/p/articles/mi_m1272/is_2708_132/ai_n6019807/
    Il titolo parla di Psychotherapy, ma, nel proseguo dell’articolo il professionista usa i termini “counseling” e “psicoterapia” senza differenza. Capito ora? Perfino nei telefilm si vede questo: per esempio guardatevi “Bored to Death” dell’HBO in streaming, e vedrete che persino i personaggi dei telefilm nominano il counselor/counselling quando parlano di psicoterapia. Poi quando Jonathan va in counselling (così come suggeritogli dall’amico), entra nello studio di uno che sulla cui targhetta dello studio ha scritto “Psychotherapist” e che si muove come psicanalista. Questo perché per il cliente medio americano/irlandese/inglese/canadese/australiano (e perfino in Grecia!) andare dallo “psicoterapeuta” è percepito come stigmatizzante e patologizzante. La psicoterapia sta negli ospedali, per loro, non sul territorio. Ed è per i malati. Oppure si va dallo psicanalista (che un tempo era pure trendy, in molte aree metropolitane), che è un’altra storia ancora. Così vi sarà anche più chiaro cosa significa “laico”. Grazie e un saluto.

  69. Un’ultima cosa poi mi vado a godere il weekend: su internet trovo definizioni su cosa è il counseling e la nuova “professione del counselor” scritti da counselor.

    Ritengo importante dare una definizione più veritiera su cosa è il counseling e chi è questa oscura figura del counselor! Una bella pagina web dal titolo: il counselor: chi è? Credo sia un ottimo modo per informare la gente che non sa distinguere tra le varie figure che si occupano di relazione di aiuto! Smanettandoci un pò su si riuscirebbe facilmente a piazzare questa pagina web tra le prime che compaiono quando si cerca su internet la voce “counselor”.

    Altra cosa importante è che la legge per tutelare la professione di psicologo c’è, dobbiamo solo fare in modo che venga applicata!

    A Leonardo Stivala:
    Scusami se ho alzato i toni.

    Buon weekend.

  70. Grazie Giovanni! Mi informerò su quanto succede nei paesi “anglosassoni”. Ti dico la verità però che i miei riferimenti sono tutti europei e principalmente di lingua tedesca. Realtà più vicina alla nostra di quanto siano gli USA… è lì (in Germania) che è nata la psicologia scientifica, la psicoanalisi, la psicologia della Gestalt… lì la professione di psicologo e psicoterapeuta sono ben regolamentate, quella di counselor mi pare di no. Sono prospettive diverse… l’Italia è più simile a paesi come il Belgio o la Germania (purtroppo solo per la regolamentazione della professione di psicologo e psicoterapeuta). Mi dispiace ma se vuoi fare l’americano, devi prendere l’aereo e attraversare l’Oceano!
    Auf Wiedersehen!

  71. A Giovanni:

    In the United States, licensure as a Licensed Professional Counselor occurs at the state level and requires a master’s degree in counseling or a related field. In addition to their education, LPCs must obtain supervised clinical experience and must pass a state licensing exam.

    Insomma Giovanni, anche in USA per iniziare un corso di counseling occorre essere laureati, non come in Italia!

    http://en.wikipedia.org/wiki/Licensed_Professional_Counselor

    Non credo proprio che il Counsel for Accreditation of Counseling and Related Educational Programs (CACREP) sia paragonabile all’American Psychological Association. 🙂

    Cmq, mi informerò ulteriormente…

  72. sì Cristian, ma i tedeschi (e pure Freud) son tutti scappati in Inghilterra e USA. E l’Inghilterra e l’Irlanda non sono al di là dell’oceano, ma a un paio d’ore di volo (e qualche decina di euro di ticket) da qui. Una ricerca europea di pochi anni fa sulla percezione e le aspettative sul proprio futuro professionale dei giovani psicologi rilevava che aspettative deprimenti sul proprio futuro le avevavno proprio italiani, tedeschi e spagnoli. Mentre più fiduciosi e positivi risultavano inglesi, irlandesi e svedesi. Mo’ ci sta la crisi ovunque, ma la sensazione di avere possibilità, spazi, lavoro, rimane più alta e realistica in quei paesi, non nel nostro. Meglio faresti forse tu (che dal linguaggio che usi non sembri essere uno di 50 anni) a spostarti da casa. Io l’ho già fatto. Un saluto.

  73. Se ne sono andati dalla Germania a causa della guerra e del nazismo, la maggior parte erano ebrei. Questa è stata la ragione per cui gli USA sono diventati una grande nazione (tutti gli scienziati ed intellettuali fuggiti dall’Europa – es. Marconi).

    Adesso la Germania sta volando verso la piena occupazione, gli USA?

  74. Ma per quale motivo noi Italiani stiamo sempre a guardare cosa succede negli altri paesi e soprattutto in quelli anglosassoni? Lo sapete quante volte abbiamo guardato con ammirazione alle tendenze americane in campo educativo e psicologico definendole all’avanguardia e definendo obsolete le nostre e ci siamo poi trovati di fronte a clamorose inversioni di marcia da parte loro, a causa dei danni che stavano facendo? In America puoi essere Counselor senza una formazione universitaria? SBAGLIATO! Tutto qui! Quello che succede all’estero non e’ necessariamente giusto perche’ …. ” SUCCEDE ALL’ESTERO” ! Inoltre, e mi sembra di non poco conto …. cultura Europea e Anglosassone sono quanto di piu’ differente esista a livello di approccio! L’anglosassone, l’Americano, è uno culturalmente formato e programmato sul “SAPER FARE”. L’Europeo invece, sul “SAPER DIRE” …. sono proprio approcci differenti che richiedono formazioni differenti! In America è cosi’, in America è cosa’! MA CHE CI FREGA! QUI IN ITALIA INVECE E’ COSI’! L’America o l’Inghilterra o l’Australia o la Papua Nuova Guinea sono sempre portate da esempio da coloro i quali ci trovano una convenienza a nominarle! Guardate che la corrente Psicologica Italiana sta trovando enormi riscontri in ambito Intenazionale! Un motivo ci sara’!

  75. Giovanni, qui si diventa Counselor con un Diploma ! Puoi inventare quello che vuoi! E’ assurdo !

  76. caro Nicola se le cose stanno così è chiaro qual è il nocciolo della questione, ossia l’affare formazione frutta e gli psicologi/psicoterapeuti collusi con un sistema socio-culturale teso a lasciare la professione di psicologo nell’oblio non ci stanno. chi fino ad oggi è stato dietro le quinte a guardare oggi si mobilità per tutelare i propri interessi economico affaristici.
    sarebbe ora che anche noi, nello specifico attraverso gli ordini professionali tutti ci mobilitassimo seriamente contro questi attacchi volti solo a rivcevere una legittimazione legale degli abusi perpetrati e/o da perpetrare.
    quel che vede è che le associazioni di categoria sono determinate ed molto efficaci nel portare avanti le proprie (posizionial punto da fare delle “collette” in termini economici per afforntare le spese di un procedimento legale e in termini di professionisti fiancheggiatori con un proprio tornaconto formativo) mentre noi psicologi che disponiamo di un ordine profesisonale riconosciuto dalla legge e di una cornice professionale ben chiara e definita permettiamo non solo sconfinamenti nello specifico psicologico ma al tempo stesso, permettiamo agli altri di farci la guerra dato che tra i vari ordini non vi è sempre una posizione univoca. o quanto meno all’interno dei vari ordini profesisonali vi sono membri e iscritti interessati più al proprio tornaconto che alla professione che esercitano e che e per la uqale si sono formati. mi viene da di re che, come sempre, “il mostro più pericoloso è quello dentro di noi”.

    in attesa dei risvolti di questa vicenda
    in bocca al lupo per tutti

    giuseppe

  77. Incredibile! L’altro ieri ho trovato un volantino di un circolo ricreativo culturale di firenze che offre uno sportello di counseling gratuito. Non so come fare a postarvelo, ma è un’autentica chicca! Comunque, già ero nervosa “abbestia” per tutte le limitazioni che abbiamo nel nostro lavoro per es. i genitori dei minori che litigano per il consenso, e tu perdi pazienti perché spesso le madri o i padri separati non lo danno… perché andare dallo psicologo è pericoloso …e storie del genere..e tu vedi gli occhi imploranti di questi bambini, a volte 17nni, che hanno voglia di parlare con qualcuno ..e non lo puoi fare perché senza consenso …nisba! Eppoi vedi queste cose tipo : citofonare Samantha (in questo caso certa Sabina non ben qualificata), che offrono PUNTO FERMO: momenti di ascolto interattivo e UDITE, UDITE, l’ultimo punto è fenomenale, ve lo trascrivo:
    FORNIRE GLI STRUMENTI PER MODIFICARE I COMPORTAMENTI RIPETITIVI E SCOPRIRE NUOVI MODI DI AFFRONTARE LA REALTA’ PER UN MAGGIOR BENESSERE.
    Per la miseria! allora io non ho capito niente. Sapevo che mi fosse vietato di insegnare ad alcuno gli strumenti che uso (in quanto psicologa). Naturalmente, ho segnalato immediatamente la cosa all’Ordine, sono già due giorni e non ho ancora avuto risposta. Questo, secondo me è abuso della professione ed è penale. Ma ve lo immaginate se io da domani mi mettesi ad usare il bisturi??? Sono stufa veramente di vedere colleghi che chiudono e vanno a fare i camerieri o i contadini perché questi ci fanno concorrenza sleale! E francamente non mi interessa di sapere che : ci sono cuonselors bravi e capaci…e storie del genere. Ho capito, ma allora se continuiamo così, tutti possono fare tutto! il buonismo non ci porta da nessuna parte: le regole sono regole e non le devo rispettare mica solo io! Possono dire quello che vogliono, in realtà fanno quello che facciamo noi…e anche qualcosina in più! Mi dispiace per i più moderati ma io proprio non vedo la possibilità di dialogare con questa gente. Che si prendano una laurea e una specializzazione come hanno fatto gli altri, se vogliono fare gli psicologi. Poi, per quanto riguarda il “cialtronismo” è cosa che riguarda tutte le professioni.

  78. A Giovanni:

    Se anche in Italia i counselor avessero la formazione che sono tenuti ad avere in USA, avrei poco da ridire:
    Cosa accade negli Stati Uniti:

    Negli USA per diventare counselor occorre una laurea in “ambito psicologico” o comunque ottenere una laurea di “counseling”:

    A master’s degree or doctoral degree in counseling or a related field.
    Academic course work in each of the following areas: normal human growth and development; abnormal human behavior; appraisal or assessment techniques; counseling theories; counseling methods or techniques (individual and group); research; lifestyle and career development; social, cultural and family issues; and professional orientation.

    Oppure aver fatto qualcosa di molto simile ad un tirocinio con supervisione all’interno di un corso di studi universitario inerente:

    As part of the graduate program, a supervised practicum experience that is primarily counseling in nature. The practicum should be at least 300 clock-hours with at least 100 clock-hours of direct client contact. Academic credit for the practicum must appear on the applicant’s transcript.

    Dopo la laurea occorre fare qualcosa di simile ad un esame di stato per ottenere una “licenza temporanea”, a questo punto il praticante counselor deve svolgere un’ulteriore attività di formazione/internariato con attività di supervisione di almeno 3000 ore in un periodo di tempo al massimo di 18 mesi:

    After completion of the graduate degree and before application, an applicant must take and pass the National Counselor Exam and the Texas Jurisprudence Exam. After receiving a temporary LPC license from the board, the applicant may begin the supervised post-graduate counseling experience (internship). 3000 clock-hours with at least 1,500 being direct client contact of internship under the supervision of a board-approved supervisor is required. The 3000 clock-hours may not be completed in a time period of less than 18 months.”

    Se anche in Italia i counselor avessero una formazione di questo tipo avrei poco da ridire! Il problema è che qui in Italia ci sono geometri che sono diventati “counselor” in una settimana… questi, come quelli che hanno una formazione light come quella rilasciata dalle scuole di counseling di due o tre anni con frequenza di qualche weekend al mese senza esami di valutazione etc… non dovrebbero esercitare la professione di counselor, non hanno sufficiente compentenza nell’ambito della relazione di aiuto e ritengo debbano essere fermati.

    A Giovanni:

    hai dei link da segnalarmi per approfondire e/o correggere le mie valutazioni?
    Grazie.

  79. A Tommaso e o Giovanni:

    Per essere accettati dalla vostra associazioni di counseling, quali sono i requisiti che bisogna avere? E’ neccessaria la laurea? è previsto un aggiornamento costante per i vostri iscritti? ….

  80. Il Counseling torna in mano agli Psicologi. Vinta una battaglia storica!

    Pubblicato da Felice Damiano Torricelli il 9/11/11 nella categoria Tutela dei confini professionali

    Da sempre AP sostiene che non è corretto formare psicoterapeuti, per i quali è previsto un lungo, impegnativo e costoso percorso e, contemporaneamente, consentire la formazione e l’ingresso nel mercato dei cosiddetti counselor che tale percorso non rispettano. Ora, finalmente, una sentenza [scarica pdf] del Tribunale di Milano – resa possibile dalla resistenza dell’Ordine della Lombardia, guidato da AltraPsicologia – chiarisce una volta per tutte la situazione: non solo tale prassi non è corretta ma crea i presupposti per la sussistenza di un reato!

    I Giudici, infatti, scrivono che l’insegnamento dell’uso degli strumenti di conoscenza ed intervento in campo psicologico a persone estranee alla professione equivale in tutto e per tutto a facilitare l’esercizio abusivo della professione!

    Il tribunale di Milano ha depositato di recente questa preziosa sentenza sul ricorso presentato da scuole e associazioni che formano o rappresentano Counselor contro alcune delibere dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia con le quali si ribadisce la piena applicabilità dell’art. 21 del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani *.

    L’articolo 21 è una disposizione cruciale perché dà agli Ordini gli strumenti per perseguire chi, da Psicologo, forma all’utilizzo di strumenti operativi e conoscitivi propri della nostra professione persone che non hanno né seguito il corso di studi universitari né superato l’Esame di Stato. Ciò, lo abbiamo più volte sostenuto nei nostri interventi pubblici e viene riportato in sentenza, riteniamo accada per i counselor e per altre pseudo-professioni.

    L’approvazione della delibera milanese sull’art. 21 si è resa necessaria giacché la legittimità di questa disposizione è stata a volte messa in dubbio, prima di oggi: a detta di qualcuno avrebbe potuto violare il sacrosanto principio costituzionale della libertà di insegnamento.

    Ora, finalmente, i giudici chiariscono fino in fondo che così non è: l’articolo 21 tutela gli utenti dall’uso sconsiderato di strumenti psicologici e garantisce l’efficacia degli interventi. E sarebbe grave non applicarlo perché si consentirebbe ad una professione non riconosciuta come quella dei cosiddetti counselor di esercitare attività da Psicologi.

    Viene confermata in pieno la posizione di AltraPsicologia, fatta propria dall’attuale consigliatura dell’Ordine lombardo nella sua complessiva azione di tutela e sostegno della professione.

    Il giudizio che ha dato adito a questa sentenza, davvero storica, è stato prodotto grazie alla intransigente azione di tutela della professione condotta dai rappresentanti di AltraPsicologia nell’Ordine della Lombardia con tutta una serie di iniziative concrete (vedi). Soprattutto il richiamo per la qualità della formazione specialistica operato con il varo della Carta Etica per le Scuole di Psicoterapia trova oggi un autorevole riscontro formale. Ora qualcosa dovrà cambiare.

    Al presidente Grimoldi e a tutti i colleghi consiglieri dell’Ordine della Lombardia – che con le loro decise prese di posizione hanno reso possibile questo chiarimento, auspicato da almeno 20 anni ma sempre evitato degli altri Ordini regionali e dal Consiglio Nazionale – va, oggi, la gratitudine della nostra Associazione e dell’intera Psicologia italiana.

    Per AltraPsicologia
    Il Presidente
    Felice Damiano Torricelli

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