Istat e benessere psicologico

Istat e benessere psicologico

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Istat e benessere psicologico

 

C’era una volta il PIL, il Prodotto Interno Lordo. Strana sigla che già di suo evocava inquietanti immagini… il p r o d o t t o i n t e r n o l o r d o… Già nel 1968 Bob Kennedy scrisse che il Pil “misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta“. Finalmente anche in Italia, il CNEL e l’Istat hanno deciso di prendere in considerazione nuove variabili sulla vita… degna di essere vissuta.

Perché ve ne parlo? Ma ovvio! Perché questa piccola grande rivoluzione può riservare nuove ed interessanti scenari lavorativi per lo psicologo ;o)

Avete presente in cosa consiste il PIL? Se con l’auto rimango incolonnato davanti al casello e consumo carburante, aumento il PIL. Anche rompendomi una gamba e dovendo attivare ambulanze, ospedali e devices vari spendo e faccio spendere, aumentando il PIL. In altre parole, è il valore economico di tutti i beni e servizi prodotti da un paese in un dato periodo di tempo… al di là del bene e del male ;o)

L’Istat ha quindi attivato il sito web http://www.misuredelbenessere.it/ dove propone ben dodici nuove dimensioni per misurare la qualità di vita ed il benessere. Invita tutti i cittadini a compilarlo così da poter poi stilare, entro marzo 2012, gli indicatori definitivi.
Vi invito innanzitutto a partecipare alla ricerca, così anche da valorizzare gli aspetti… a noi cari ;o)

Mi faceva poi piacere confrontarmi con voi sulle dimensioni di potenziale interesse.

In generale, il progetto per misurare il benessere equo e sostenibile intende trovare indicatori utili a valutare il progresso di una società non solo su dimensioni economiche, ma anche sociali e ambientali. Vediamone in particolare alcune, corredate dalla presentazione fatta da Istat e Cnel

SALUTE

La salute ha conseguenze che impattano su tutte le dimensioni della vita delle persone, modificando le condizioni di vita e condizionando i comportamenti, le relazioni sociali, le opportunità e le prospettive dei singoli e, spesso, delle loro famiglie. L’OMS (1948) definisce la salute come la capacità dei soggetti di essere in equilibrio con se stessi e con il proprio contesto e di godere, quindi, di un “completo benessere fisico, mentale e sociale” e non soltanto come assenza di malattia.

ISTRUZIONE E FORMAZIONE

L’istruzione è una risorsa personale fondamentale per conseguire e gestire il benessere. Livelli di competenze più elevate possono migliorare il benessere delle persone anche in domini come la salute, la partecipazione sociale e la felicità personale. Il percorso formativo è un percorso continuo che deve coinvolgere tutto l’arco della vita: dai bambini in età prescolare fino alla terza e quarta età.

RETE SOCIALE

L’intensità delle relazioni sociali che si intrattengono e la rete sociale nella quale si è inseriti non solo influiscono sul benessere psico-fisico dell’individuo, ma rappresentano una forma di “investimento” che può rafforzare gli effetti del capitale umano e sociale.

SICUREZZA

La sicurezza personale è un elemento fondativo del benessere degli individui. L’impatto più importante della criminalità sul benessere delle persone è il senso di vulnerabilità che determina. La paura di essere vittima di atti criminali può influenzare molto le proprie libertà personali, la propria qualità della vita.

BENESSERE SOGGETTIVO

Questo dominio intende misurare il benessere percepito dalle persone rilevando opinioni soggettive sulla propria vita. Queste informazioni soggettive forniscono un’informazione complementare a quella fornita dai dati oggettivi che sono estremamente utili a misurare la qualità complessiva della vita degli individui. La valutazione del benessere soggettivo (My Better Life Index dell’OCSE) è considerato dai cittadini uno degli elementi di maggiore importanza nella valutazione del benessere

Perché quindi ho piacere a confrontarmi con voi su questi temi?

So bene, ahimé, che in questo periodo il nostro paese ha ben altri pensieri, problemi e valori, ma allargando un po’ l’orizzonte scopriamo che paesi come Australi o Nuova Zelanda arrivano addirittura a valutare l’adozione o meno di nuove leggi in base all’impatto che potrebbero generare sugli indicatori di benessere.

C’è quindi un movimento mondiale in essere che comincia a far capolino anche in Italia. C’è una sensibilità differente per le dimensioni di benessere e qualità della vita anche da parte dei cittadini. Ci sono movimenti interessanti e oramai consolidati. Avete mai incontrato:

Provate a curiosare. Si recuperano un set di dimensioni che teoricamente dovrebbero essere squisitamente di nostra pertinenza.

Renzo Carli, noto Professore della Facoltà di Psicologia di Roma, affermava già nel 2009: “La psicologia, nella sua vocazione individualistica e nella sua dedizione alla psicoterapia era troppo appiattita sugli psichiatri e sulla loro trasformazione psicoterapeutica per poter sviluppare un pensiero critico e una funzione di analisi delle trasformazioni organizzative.
È questa l’occasione perduta della psicologia italiana in questi anni

L’Istat finalmente ci mette su un piatto d’argento un enorme potenziale di “attenzione e rilevanza sociale” su una serie di dimensioni decisamente attinenti il nostro dominio professionale di psicologi.

Voi che ne pensate?
Scorgete opportunità progettuali e professionali?
Nuove nicchie di servizio?

Mi piacerebbe avere un vostro riscontro su questa iniziativa e su come potrebbe interagire con la nostra professione

Buona vita
Nicola

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32 COMMENTS

  1. Caro Nicola lasciami pure scrivere…finalmente una breccia propositiva e realista in un mare di luogho comuni!
    Gli psicologi oggigiorno dovrebbero più che mai riflettere sulla loro funzione nella società, cercando un’autonomia di contributo e proposta professionale, e perchè no, anche del sano coraggio per rischiare un pò 😉
    Un caro saluto

    Alessio Petrocchi

  2. Ho compilato il questionario e trovo l’iniziativa interessante (anche dal punto di vista degli eventuali sbocchi professionali) il guaio, e scusa se ti sembro qualunquista, è che siamo italiani… così “deleghiamo” spesso e volentieri ad altri, con il risultato di indicibili abomini di cui per decenni poi subiamo pesantemente le conseguenze. Ora più che mai si ha l’impressione che la vita attuale e futura sia condizionata e/o legata indissolubilmente alla finanza (che assomiglia più che mai alla Spectre di 007); comunque i momenti di crisi portano sempre a dei cambiamenti – anche se dolorosi – quindi speriamo tutti (ciascuno per la propria parte) di trovare il modo di trovare/contribuire a trovare un’altra via. Buona vita anche a te

  3. Scusa, dopo aver premuto invio, ho notato che l’ultima parte del mio post risuta incomprensibile e sgrammaticata: intendevo dire che mi auguro che ciascuno sia in grado di trovare (da solo e/o aiutato/aiutando l’altro) una stada nuova o alternativa. In fondo questo si avvicina molto al concetto di società partecipata. A presto

  4. Ciao Nicola, trovare oggi questa newsletter mi ha fatto fare un sorriso: è un piacere caldo, tenero, che si muove nel petto. Finalmente tante persone si stanno ‘svegliando’e certo questa iniziativa dell’Istat potrebbe essere foriera di novità interessanti, sia sul piano personale dei singoli, sia sul piano professionale degli psicologi e di chi si occupa di attività inerenti a questi temi, sia per la società in generale. Leggendo il tuo articolo, e poi andando a spulciare nei link, mi sono venute in mente molte ricerche che amici e conoscenti stanno portando avanti, ognuno nel loro campo, dalla psicologia (universitaria e professionale) all’agricoltura biologica. Nello specifico, anche se per ora sono una studentessa, ritengo che l’aggiornamento a queste nuove tendenze possa aprire nuove prospettive rispetto alla professione psicologo, non tanto nei termini della terapia come convenzionalmente viene proposta e propugnata, ma ad esempio integrando questi aspetti per portarli all’evidenza delle altre persone. Un’idea, forse un po’ strampalata, è quella di poter, un domani, svolgere degli incontri ‘psicologici’ mentre si impara a coltivare un orto biologico, o ad accudire gli animali da fattoria, trasmettendo la ‘cura’ a tutto tondo, e così anche salute, integrazione sociale, formazione. Altrimenti, a cosa serve studiare così tanti anni se poi il neolaureato è di-sperato e pensa di non avere nicchie di mercato in cui proporsi… il mondo è così grande, la società in mutamento, e credo che ogni psicologo possa ed abbia la possibilità di re-inventarsi come figura poliedrica, utilizzando tutte le competenze acquisite non solo all’università, ma in tutte le esperienze della propria vita.
    Grazie per la condivisione, buona vita.

  5. ….due considerazioni:

    1) bisognerebbe ricominciare a riflettere sulla contemporanea necessità a tutti i livelli di quei bisogni che una delle pietre miliari della psicologia identificò (http://it.wikipedia.org/wiki/Abraham_Maslow).
    Rifletto sul fatto che probabilmente su questi bisogni si potrebbe (e dovrebbe) intervenire da subito, a prescindere dalle condizioni in cui si trova la persona, a prescindere dal PIL.
    E questo però, necessità una sterzata fondamentale secondo me, da una visione della propria vita e il proprio benessere legata a processi produttivi, verso una dimensione spirituale (non intendo religiosa, che è un’altra cosa).
    Il fatto è: chi preparerà il terreno per convincere la popolazione che c’è un sistema economico che le sta facendo inseguire una chimera?

    2) a partire da un post di un anno fa circa, con alcuni colleghi abbiamo iniziato un percorso, che più volte ho riportato. La tenacia e la continuità ci stanno portando a dei risultati, che seppur piccoli ci lasciano identificare un potenziale. Concretamente, stiamo realizzando una indagine sul benessere psicologico a scuola, e nel prossimo mese è in programma una giornata di studio che coinvolge gli attori della scuola della Provincia di Roma.

    Io vedo questa via: sfruttare internet e la possibilità di rimanere in contatto continuamente, per creare reti in grado di rispondere a bisogni complessi.

    Questo ha un costo: la continuità.
    Questo ha un requisito: crederci.

    L’aspetto spirituale mi pare che manchi nelle dimensioni:

    perché deve mancare?
    voi che ne dite?

    Saluti

  6. Dear Cerracchio
    please to meet you! Questa volta, per lo meno, hai avuto l’ironia di firmarti, contrariamente alla scorsa email… come vedi, i tuoi consigli sono per me preziosi: finalmente ho scritto un articolo PER TE comprensibile e senza presunti idiomatismi anglofoni… e poco importa se si tratta di personal marketing, project management, coaching, social media o altre piccole cose che in questo contesto lavorativo o le conosci o altrimenti rischi di uscire dal mercato del lavoro… sicuramente meglio psicotel, psicopub, esci dal buio o gioco-test (il mio preferito, in assoluto!) di cui farcisci il tuo sito web… complimenti veramente :o)

    Se non ti scoccia, in verità, preferirei continuare ad occuparmi di ciò che mi interessa e che reputo utile alla comunità dei colleghi.
    Tu fai pure le tue campagne, buona coltivazione :o)

  7. Salve. E’ vero che, sicuramente, lo Psicologo potrà dare un contributo importante rispetto a tali variabili. Tali tematiche però, per essere affrontate in maniera esaustiva, dovranno necessariamente essere trattate utilizzando un punto di vista multi-disciplinare; il rischio perciò, è che il nostro contributo andrà a riflettere i limiti caratteristici della nostra formazione, che è di natura quasi esclusivamente uni-disciplinare. Paradossalmente infatti, nel tentativo estremo di fornire una identità professionale forte e sicura allo Psicologo, all’interno della quale riconoscerci ed essere riconosciuti, la nostra disciplina, a livello di Formazione (e perciò, cosa ancor più grave, in logiche e strategie di Ricerca), é implosa su modelli teoretici quasi esclusivamente di derivazione psicologica.
    Altre discipline “cugine” invece, che, magari, dal punto di vista professionale, hanno avuto minor riconoscimento, fornendo una preparazione multi-disciplinare/dimensionale, a mio parere potranno garantire, rispetto alle Variabili prese in esame in questa riflessione, un punto di vista ben più ampio. Ad esmpio, un Sociologo, che nella sua formazione ha acquisito modelli teoretici appartenenti alla Sociologia, alla Psicologia, alla Storia, al Diritto, all’economia, alla Filosofia, arrivando all’epistemologia passando per la Statistica avanzata, ha una serie di strumenti che lo mettono nelle condizioni di leggere le Variabili di cui parli in maniera sicuramente più globale ed esaustiva.
    Al di là dell’importanza e della indubbia validità/utilità, la riflessione sulla Tematica esposta mi è stata molto utile per estendere il mio ragionamento: il fatto, cioè, di affronatere i problemi secondo logiche di potere (economiche), porta inevitabilmente ogni professione a ragionare in termini auto-referenziali, seguendo logiche che portano, in primis, a considerare unicamente i propri strumenti disciplinari, e poi ad agire sugli stessi in maniera protezionistica. Guarda caso, ciò succede solo in Italia; guarda caso, l’Italia è l’unico paese in cui esistono gli Ordini Professionali! Io sono contrario agli Ordini proprio per questo; cioè perché, nascondendosi dietro una facciata volta alla tutela del Cliente/Utente (obiettivo nobile, ma raggiungibile, anche con maggior successo, con ben altri strumenti, come gli altri paesi ci insegnano) nascondono gli interessi economici legati alla casta. MA, TUTTO CIO’, UCCIDE LA RICERCA! SE, DURANTE L’INTERPRETAZIONE DEI FENOMENI, SI ESCLUDENDO ALCUNE CATEGORIE DALL’INTERVENIRE SUL FENOMENO STESSO, DI FATTO, SI ESCLUDE ANCHE LA POSSIBILITA’ DI UTILIZZARE I LORO STRUMENTI/MODELLI TEORETICI DURANTE LE FASI DI INTERPRETAZIONE (CIOE’DALLA RICERCA)! Come è possibile, ad esempio, escludere i Sociologi dall’intervenire sui problemi legati alla COMUNICAZIONE, quando sull’argomento, la Sociologia, rispetto alla Psicologia, ha fornito studi e contributi teorici ben più ampi ed interessanti? In altri paesi, ad es., è possibile accedere alla Professione di PsicoTerapeuta sia con la Laurea in Psicologia, che con la Laurea in Sociologia o Antropologia (è chiaro che per arrivare ad esercitare, durante il proprio iter formativo ogni singolo dovrà colmare il proprio gap disciplinare). Per far capire meglio quanto la logica degli Ordini sia soltanto un giochino di privilegi, basti solo pensare al fatto che, in Italia, può esercitare la Psicoterapia un Laureato in Medicina (che non fa neanche un esame significativo in Scienze Umane/Sociali), e non possano accedervi i Laureati in altre Scienze Umane che non siano Psicologi!

  8. … che dire …
    Halleluyah (e per “par condicio” dirò anche Allah Akbar).
    E’ da un po’ di tempo a questa parte che diversi psicologi stanno cercando di diffondere la cultura della salute e del benessere attraverso la disciplina della Psicologia della Salute.

    A mio parere, il mondo aziendale (che è quello che conosco meglio) comincia ad essere pronto ad accogliere alcuni temi legati alla salute e sicurezza.

    La modalità ideale per far capire agli imprenditori che investire su questo tema aumenta le probabilità di uscire dalla crisi, è far loro capire che la salute e la sicurezza aumentano motivazione e commitment, facendoli guadagnare di più!!!

    Lo strumento ideale per introdurre questi temi è la valutazione rischio stress lavoro-correlato, che può essere effettuata tramite tecniche e strumenti tali da garantire la validità dell’intervento.
    Gli Psicologi, in tal senso, possono offrire un valore aggiunto incredibile.

    Sono convinto che nel prossimo futuro continuerà ad aumentare la richiesta di Psicologi da parte delle aziende per effettuare questa valutazione.
    Per questo motivo, E’ INDISPENSABILE che gli Psicologi riescano a veicolare un messaggio corretto, non replicando l’errore, già fatto in passato, di “improvvisarsi” esperti, bensì preparandosi in modo adeguato.

    LO PSICOLOGO IN AZIENDA PUO’ (E DEVE) INTRODURRE POLITICHE DI PREVENZIONE E DI PROMOZIONE DELLA SALUTE, da applicare sia ai processi gestionali aziendali, sia allo stile comportamentale delle persone.

  9. Come parlare di benessere in un Paese che è stato mal governato per anni, formato da una massa di disoccupati e un'<altrettanto grande massa che se ne frega e si consola calandosi in disco. E questi sono i giovani, ma non si parla mai dei non più giovani che non hanno più un lavoro o di professionisti con anni di esperienza che finiscono con non avere più un paziente, perchè certo che sono in crisi, ma non hanno neppure i soldi per pagarci e personalmente non sono d'accordo con proposte del tipo "Facciamo 30 euro a seduta", prova a chiederlo ad un qualsiasi medico, per venire incontro alla crisi. Esiste un pubblico che noi sosteniamo pagando le tasse, perchè dovremmo far beneficenza noi dopo anni di esperienza??? Mi pare che si vada incontro ad un affossamento sempre più preuccupante della psicologia Istat o no Istatat. Sarò pessimista ma io non vedo nessuna possibilità per noi, se c'è questa esigenza saranno come al solito chkiamati gli stranoti Psichiatri. Buona vita

  10. gentile collega, leggo con molto interesse il tuo articolo e credo anche io fermamente nell’idea che nuovi valori, ammessi e resi consapevoli alle persone anche solo per il fatto di menzionarli e contemplarli in un questionario, possa aumentare le nostre aree di intervento e dare slancio alla cultura psicologica che è così carente nel nostro paese. Andrò a vedermi il questionario e nel frattempo… pubblicizzo il tuo articolo!
    A risentirci presto, Federica

  11. La campagna “Qualcuno fermi Piccinini” mi mancava proprio.
    Quando arrivi al punto in cui ti devono fermare, sei un genio oppure un pazzo.
    Dove devo firmare?????
    🙂

  12. Che dire… potrebbe esserlo, perchè è qualcosa che riguarda tutti, ma non immagino il contesto che possa accoglierci…

  13. Cara Gianna,
    che le cose vadano male è evidente.
    Che le probabilità che vadano peggio siano alte, è altrettanto evidente.
    Visto che ho una figlia piccola, mi fa piacere rispondere al tuo pessimismo cosmico con una metafora.

    Hai visto il film “Alla ricerca di Nemo”? Mi auguro di si, perchè è un vero capolavoro.
    Verso la fine del film, quando Nemo viene catturato dalla rete dei pescatori, è circondato di tonni che vanno nel panico e si dibattono in maniera inconsulta.
    Lui mantiene la calma e convince tutti gli altri pesci a nuotare nella stessa direzione mettendoci tutta la loro forza, dando loro una speranza, canticchiando: “Nuota e nuota! Zitto e nuota!”
    Alla fine si salvano tutti, contro ogni logica e ogni previsione, riuscendo quasi a ribaltare la barca dei pescatori e a spezzare l’asse che regge la rete.

    Preferisco essere Nemo che essere un tonno!!!

  14. Mi chiamo Simoma D’Arcangeli e sono una psicologa della Salute. Con la mia scuola di Specializzazione organizzammo già con il premio nobel Kahneman sul benessere e psicologia. In quanto poi specialista della salute ci occupiamo proprio del benessere sociale. Proprio nel mese i ottobre ho presentato infatti un lavoro dal titolo Economia e Ben essere al primo workshop di PSicologia della salute. Per chi volesse può contattarmi al simondarc@libero.it o consultare il mio sito wwww.psicologiadellasalute.com. Gli ambiti di possibili sono molti sempre però in un contesto di benessere delle persone più che di “nicchie” di mercato. Grata per l’attenzione

  15. Virginia, un’osservazione illuminante… non ci avevo fatto caso!
    Apprendo con amarezza, ma rilancio a maggior ragione che dal basso dobbiamo produrre un quotidiano sforzo progettuale e di networking!

  16. L’idea è fantastica non soltanto per nuove prospettive di lavoro per noi psicologi ma anche per ri-valutare il lavoro individuale ed il progresso economico in base ad un benessere personale nel quale entrano in gioco molteplici fattori, prima fra tutti l’educazione che dovrebbe formare i cittadini del domani.
    A ciò che afferma Carli, con il quale concordo, vorrei aggiungere una sorta di “osservazione del proprio naso” da parte della nostra categoria. Siamo poco efficaci rispetto ad attività che si rivolgono più alla vita pratica ed all’esterno. Non vorrei creare fraintendimenti, questo non sul piano del setting ma su quello dell’attirare delle persone verso il nostro lavoro, per far rendere consapevoli le stesse del loro grande bisogno di psicologi oggi più che mai.
    Molti a me dicono: “Ma del commercialista ho necessità, di lei posso e devo farne a meno, tanto prendo due pasticche, oppure vado dall’astrologo o dal consulente cranio-sacrale etc.” e così fra una pillola e un cranio lo psicologo va a farsi benedire. Uno strumento come questo potrebbe offrire qualche speranza alla categoria e soprattutto a leggere la vita da un’altra angolatura.
    Potremo proporre ad ogni Regione di creare dei gruppi di Psicologi che si occupano di questo.
    Ed a proposito di lavoro chi mi sa dire qualcosa della proposta di legge dello psicologo di base?
    Grazie

  17. Grazie dei suggerimenti e degli indirizzi di ricerca.
    Anche noi, siamo un gruppo di psicologi di comunità e non, stiamo da un paio d’anni lavorando sulla buona convivenza ..e stiamo crescendo!
    Per quanto riguarda il supporto ed il lavoro psicologico oggi, da un lato mi vado convincendo che la gente ha troppi pochi soldi e preferisce stringere i denti e cercare di andare avanti (il malessere c’è e tanto!) dall’altro che gli psicologi devono sempre più lavorare per una crescita globale e di spessore delle persone, anche facendo riferimento a valori e principi, perchè la gente che viene soffre anche perchè continua a non crescere ed ad agire con lo smarrimento e la confusione dell’adolescente e ripete gli stessi errori!
    Grazie M.O.Fulvio

  18. Una grande rivoluzione portata avanti da OCSE e commissione Stiglitz, ( la commissione del Presidente Sarkozy) a livello internazionale e in Italia affidata a Cnel e Istat, per identificare nuovi indicatori oltre il PIL. Introdurre la qualità della vita nelle rivelazioni statistiche ufficiali per rendere più aderente alla realtà il termometro della salute dell’Italia, trovo che sia ormai indispensabile, ma concretamente complesso. Misurare ciò che va oltre il dato oggettivo, e rientra in una sfera di percezione soggettiva è una sfida importante, l’Istat in verità ci lavora già dagli anni 90, ma adesso, entro la fine del 2012 dovrà informare sugli esiti. La nostra professione ci permette di leggere la percezione individuale del benessere, e la vedo si, Nicola, una possibilità di strutturare un nostro contributo,magari una commissione PSIBES ma in che termini, ancora non saprei, altrimenti Sarkozy e Stiglitz avrebbero ingaggiato anche me! 😉

    Buona giornata
    Sonia Famà

  19. Cara Virginia, quanta ragione hai…una storia che si ripete!

    Credo che la responsabilità maggiore di questo sia da attribuire alla categoria professionale (a noi stessi, però, non all’Ordine o simili). Se rivendichiamo nicchie di competenza che altri non ci riconoscono, per cui non ci chiamano ai tavoli di discussione, vuol dire che c’è ancora tanto da lavorare in termini di promozione della professione e di credibilità, entrambe legate alla dimostrazione di efficacia che spesso ci dimentichiamo di valutare e attestare.

    Detto questo, in quanto ‘operatori del cambiamento’ ci compete sicuramente una parte del lavoro sugli indicatori dello ‘stare bene’, per cui…

    … Tanti auguri di buon lavoro e buona promozione a tutti!!!

  20. Ciao, ho già risposto alla mail che mi hai inviato.
    A me l’argomento interessa moltissimo, ci sarebbe a mio avviso tanto “lavoro” sul concetto di benessere.

    leggerò comunque l’articolo con calma, al massimo domani.

    Buona giornata!

  21. Io volevo riprendere la metafora che un collega ha usato una metafora riferenddosi al Film Nemo perchè mi ha fatto molta tenerezza per la sua speranza e ingenuità, faccio la vecchietta antipatica: Caro collega se gli psicologi fossero pesciolini presi nella rete di mille sfruttatori, come di fatto è, quando il pescatore tira su la rete la trova vuota, non perchè hanno nuotato tutti insieme, ma perchè si sono sbranati a vicenda per uscire per primi. Apri gli occhi! Guarda un pò la mailing list, dove io non sono più presente perchè mi hanno sbranato solo perchè ho più esperienza, non ci sono che critiche, insulti e un ingnoranza allucinante “La Freud?? Ma non era un uomo?”” Risposta acida subitanea di una collega “Che ignoranza!” SVEGlIA! Noi vecchi abbiamo nuotato tutti insieme per fare questo schifo di Ordine. Scusa ma io non posso fare a meno di cercare di autare gli illusi, i soldi oggi non si fanno più con i pazienti,ma con gli Psicologi e chi ha capito tuto nella vita credo che tu li conosca tutti e fino dall’inizio hanno capito che gli Psicologi erano un serbatoio inesauribile di soldi e si sono guardati bene di curare. Ci sono caduta anche io da giovane, ma adesso finalmente ho capito e anche io faccio i pochi soldi con i pochi Psicollogi che ancora ardono di passione per diventare analisti, avvisandoli onestamente che non è il caso, ma alla passione non si comanda e così faccio un pò di supervisioni! Auguro a tutti Buona vita, parafrasando un’altro collega che stimo molto e che ha capito tuto subito.
    Dr. Gianna Porri
    Psicoanalista

  22. Caro Nicola,
    ti ringrazio per l’invio di questo articolo, mi sono ritagliata qualche minuto per compilare il questionario ma ritengo sia una questione spinosa e alquanto importante che dovrebbe richiedere da parte di tutti più tempo e attenzione. Mi sono sentita in dovere di approfondire questo argomento perchè con il mio lavoro mi trovo a scontarmi spesso con critiche e lamentele rispetto alla questione benessere oggettivo o percepito ma penso che sia un argomento che stimoli molti commenti banali e inutili. Così non mi addentro oltre. Saluti

  23. @ GIANNA
    Carissima collega, dato che il parallelismo fatto con Nemo non ha colto nel segno ed è stato da te inteso in un senso che non era quello che intendevo io, esco fuori di metafora.

    Io adoro Gaber e ritengo veramente che la sua generazione ha perso.
    Arrivato a 43 anni, con 16 anni di esperienza alle spalle, però, più che ingenuo preferisco definirmi volenteroso. Volenteroso nel dare un seppur infimo contributo a cambiare le cose, sia nella mentalità dei colleghi, che nel sistema, anzi, nei sistemi, intendendo tali (da buon sistemico) sia il sistema individuale, che quello organizzativo, che quello sociale.

    Per comprendere in sintesi il concetto di Benessere mi piace prendere come riferimento la definizione di “Salute” che è stata data dal D.Lgs. 81/08 (il Testo Unico sulla sicurezza) all’art. 2, comma 1, lett o: “<>: stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non consistente solo in un’assenza di malattia o d’infermità”.
    In sintesi parliamo di cura e non di prevenzione.
    Ciò presuppone che, a livello sociale, si modifichi sostanzialmente il sistema di valori, puntando agli aspetti “soft” più che a quelli “hard” (cioè, più agli aspetti “emotivi” che a quelli prettamente “finanziari”).

    Se noi Psicologi cominciamo ad acquisire consapevolezza del valore aggiunto che possiamo fornire alla società in tal senso, provando noi per primi ad uscire dalla logica del “curare chi sta male” ed entrando invece nella logica del “sviluppare le potenzialità individuali”, abbiamo la possibilità (nonchè il dovere) di provare a dare il nostro contributo.

    Se tu hai voglia di restare a formare formatori che formeranno coloro che formano, sei ovviamente libera di farlo.
    Io preferisco muovermi per creare e far parte di una rete dove tutti andiamo nella stessa direzione per cambiare ciò che non va, rispettando valori etici e morali condivisi.

    Sono un’idealista, ma in tal modo ho sicuramente maggiori probabilità di te di essere agente di cambiamento.
    Io sono convinto che qualcosa di grande qualità, seppur di infima gittata, riuscirò a fare.

    Questo era il significato della metafora di Nemo: vuoi fare il Tonno? Fallo pure!
    Io preferisco fare Nemo e dare il buon esempio, piuttosto che piangermi addosso.

  24. Caro Nicola Piccinini,

    grazie per quello che fai e per i continui aggiornamenti che ci proponi. Mi auguro che con questa iniziativa che l’ISTAT ha deciso di promuovere, si sviluppano nuovi posti di lavoro per gli psicologi, ma non per quelli che da anni sono onnipresenti in diversi ambiti, non lasciando spazio alle nuove leve. Detto ciò, mi sento di fare una piccola annotazione: la figura dello psicologo ha bisogno e merita d’essere conosciuta in modo chiara e semplice. Nella mia breve esperienza di psicoterapeuta, ho osservato come i pazienti confondono lo psicologo con altre figure professionali e ancora sono presenti degli stereotipi, uno su tutti: “lo psicologo è il medico dei pazzi!”. Necessita, quindi, far comprendere alle persone, prima di tutto, qual è l’importanza dello psicologo, le sue funzioni e l’operato. In tal senso mi sento come “Nemo” e credo come in lui in un possibile cambiamento, tutto è possibile siamo noi a porci dei limiti. E’ brutto perdere la speranza e infondere negli altri la sfiducia, solo perchè il motore di molti professionisti è il denaro; se dovessi arrivare a compiere e a pensare quanto sopra affermato, io personalmente lascerei questa professione. Coraggio e ce la possiamo fare. Buona vita a tutti, cari colleghi.

  25. Molto interessante Piccinini. Io sono una psicoanlista, o psicologa clinica che dir si voglia. lavoro in istituzione e privatamente ma essendo molto attiva politicamente, non disdegno temi di interesse sociale. Questo potrebbe essere uno di quelli. Come potremmo contribuire con la nostra professione al benessere sociale oltre che a quello individuale? Mi sembra un tema interessante e centrale. vediamo di restare in contatto a questo proposito, dato anche che credo tu viva a Milano- Il contesto lo si crea non è poi così difficile, il mo problema è solo il tempo . ciao

    Paola F:

  26. Al questionario dell’ISTAT ho aggiunto a commento che quello che mi sembra manchi come criterio di “misura” del benessere è la valutazione della base etica della vita quotidiana delle persone, cioè l’esistenza o meno di un sistema di valori irrinunciabili che siano largamente condivisi. In pratica penso che il benessere soggettivo sia intimamente legato al sentimento di appartenenza (a vari livelli) e che proprio il sentimento di appartenenza in un contesto di valori positivi e formativi sia ciò che manca nella nostra società, centrata sull’individuo e la famiglia e per molti versi fobica rispetto all’apertura verso gli altri.
    Rispetto al nostro ruolo di psicologi, va da sé che esso sia rilevante, per definizione, come tutte le professioni di aiuto della psiche. Non abbiamo bisogno di riscoprire l’ombrello. La domanda da farci è come mai ci troviamo al punto di dover rivendicare ruolo e riconoscimento che dovrebbero appartenerci senza ombra di dubbio? Abbiamo sbagliato qualcosa? Non sarà che abbiamo dimenticato la dedizione al lavoro con i pazienti, squisitamente educativo, in favore della politica, delle polemiche, delle chiacchiere? Non sarà che non siamo capaci di trasmettere (nel senso di far percepire) il valore del nostro lavoro?

  27. articolo interessante. Mi confronto spesso con persone che hanno perso il senso della qualità della vita. E’ il Tempo oggi il “misuratore” del personale senso di benessere,la flessibilità tra lavoro e vita privata. Se non posso “gustare” ciò che ho realizzato, che senso ha? Irene

  28. Gentile Nicola Piccinini. Devo dire che tutto il discorso che le istituzioni ci stanno ammannendo nel corso di questa pesante crisi economica (felicità ecc.) mi piace e mi convince un po’ poco: temo si tratti più di cercar di riprendere in mano le stanche truppe dopo che sono stati loro tolti i promessi benessere e progresso senza limiti, e dopo che il rilancio delle attività di un mondo finanziario senza regole sta finendo, forse contrariamente alle aspettative dei migliori, per creare mostri. Mi convince poco in sostanza che il lavoro delo psicologo debba andare a costituire un “invece”, rivelando al mondo (udite, udite !) che denaro, beni materiali ecc., contrariamente a quanto annunciato in precedenza, non fanno la felicità. Mi pare tuttavia che esistano spazi seri ed interessanti per la nostra professione a partire non, o non tanto, dal principio del malessere del singolo (Bertrand Russel sosteneva che la logica è la scienza del pensiero corretto, mentre la psicologia è la scienza del pensiero errato), ma dall’analisi della patologia dell’uomo nella società attuale e dei valori, o disvalori, che dalla stessa emanano. In questo caso è evidente che il lavoro psicologico non può prescindere da uno studio approfondito della società in cui si vive, anzitutto per i riflessi che la stessa esercita sullo psicologo stesso e sulla sua professione, per il fatto di esserci, di viverci dentro. Il problema-base essendo evidentemente quello di una ridiscussione della “terzietà” del terapeuta.
    Grazie comunque per l’opportunità aperta dalle sue proposte !
    Dr. Giancarlo Tucci -Psicologo-

  29. Il quesito sollevato dalla collega mi interessa molto, essendo una vecchia analista che ha lottato per formare l?Ordine del Lazio, votando, ahimè, i componenti perchè li conoscevo, o credevo di conoscerli. Una collega che ne faceva parte e che stimo molto, Luisa Tirelli, si è ritirata non appena ha capito cosa stava accadendo. In effetti in questa epoca nella quale chi non fa marketing è spacciato, penso che si sia perduta quella che per noi era un requisito indispensabile, senza il quale non si proxcedeva:La vocazione a curare, nessuno di noi ha mai pensato di far questo lavoro per fare soldi ed eravamo percepiti come seri curanti. Oggi tutte queste scuolette sfornano migliaia di rampanti Psi con improponibili nuove strategie al solo scopo di far soldi e forse il paziente questo lo percepisce, sono molto meno cretini di quanto vorremmo e vedere che su Groupon si offrono Terapie scontate come fossero trattamenti di bellezza, certo non aiuta l’utente a percepirci come curanti con vocazione, ma comprende benissimo che sotto, sotto, siamo alla ricerca di vendere il nostro prodotto come un qualsiasi commerciante e credo che questo non possa infondere quella fiducia che si dovrebbe avere nella serietà di un vero curante. Non so quale sia il rimedio, ma so che la domanda è cambiata in modo allarmante:Se prima era:Sto male, può aiutarmi? Oggi è :Quanto mi costa e in quanti giorni guarisco! Prendiamone atto e forse riusciremo a fare una informazione più mirata e più seria su cosa siamo e cosa facciamo.
    Una desolata analista.
    Dr. Gianna Porri

  30. Trovo sensibile e interessante la comunicazione della Collega, un importante contributo “dal di dentro” della professione che indica più o meno evidenti distorsioni, oltre che nel campo dell’offerta professionale, anche nei comportamenti e atteggiamenti della clientela. A tutto questo si aggiunge, a mio parere, un grave ritardo in Italia nel considerare l’intervento psicoterapico e di counseling psicologico specializzato sul piano della prestazione puramente privata (coi risultati che si vedono). Molti Paesi hanno riconosciuto il diritto alla psicoterapia come diritto del cittadino, e in ogni caso, e parallelamente, come misura di effettivo e non trascurabile risparmio nel bilancio delle casse malattia. A quanto mi risulta in Germania sono garantite ad es. a tutti in caso di diagnosi positiva almeno sessanta ore di psicoterapia a carico della sanità pubblica. Aspetto cruciale essendo quello della selezione delle tecniche suscettibili di pubblico riconoscimento di validità, principalmente sulla base di risultati certi del trattamento (studi di livello accademico, ad es. dell’Università di Saarbruecken). Con tutte le critiche e le perplessità possibili, mi pare che il finanziamento pubblico della psicoterapia sia preferibile al preoccupante caos italico attuale a cui accenna la Collega. Tantopiù che la tendenza attuale sembra essere quella di limitare comunque il processo diagnostico nall’esame, e soprattutto al trattamento dei sintomi (sulla base di tecniche “veloci”) in assenza di eventuale approfondimento di quadri clinici di maggior complessità. Insieme a proposte che ritengo vadano approfondite, tipo “felicità-benessere” tout-court, mi pare che l’esistenza e l’esserci dello psicologo in una società come quella descritta possano e debbano costituire punto di partenza per una seria riflessione nell’ambito delle organizzazioni professionali.

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