Salute liquida, opportunità solide

Salute liquida, opportunità solide

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Il sociologo polacco Zygmunt Bauman nel suo libro “Modernità Liquida” ci fornisce diverse ed interessanti chiavi di lettura sui cambiamenti che stanno attraversando la nostra società contemporanea. Un frame per leggere e decodificare diversi dei fenomeni sociali circostanti e, forse, anche qualche spunto interessante per noi psicologi, per individuare nuovi fabbisogni e nuove modalità di esperire servizi alla persona da parte degli individui.

Uno dei fenomeni principali è quello dell’iperindividualizzazione.

Bauman – arrivando ai minimi termini – afferma che i costrutti di cittadinanza, di bene comune, di colleganza, di riconoscimento reciproco, di welfare, finanche di empatia sociale si stanno pian piano sgretolando, sotto i colpi incessanti del modello consumistico di società che ci viene quotidianamente suggerito (imposto!). Questa dinamica, da una parte offre agli individui un “numero apparentemente infinito di opportunità di scelta, una “libertà di poter divenire chiunque“, una sensazione quasi di onnipotenza; dall’altra ad un senso di incompletezza e frustrazione in quanto le opzioni sono talmente tante che non potranno mai essere completamente godute, e comunque talmente mutevoli da non poter essere colte.

Bauman sottolinea in particolare che l’identità umana non è più una “cosa data”, certa, quanto un’entità in “divenire, da alimentare quotidianamente con nuove abitudini, nuovi acquisti, nuove esigenze e migliorie. Un’ossessione per la performance individuale” che allontana dallo spazio sociale e comunitario.

La società del benessere (benAvere!) nega e rimuove il “bisogno” del XIX secolo, inteso come acquisto mosso da primaria necessità di un bene o un servizio, e si affida all’effimero e sfuggente costrutto di “desiderio o all’ancor più astratto liquido (e consumistico!) “capriccio“, inteso come libertà massima di costruire la mia identità individuale, in divenire, per come io la intendo e la desidero, tra mille opzioni di scelta a me possibili, qui ed ora.
Ovviamente la società del desiderio e del capriccio è tanto generosa quanto spietata: la responsabilità del successo è tua e se fallisci la colpa è tua. Se non hai lavoro, se non hai casa, se non hai famiglia, se non ti piaci, ecc… Poco importa se la società del benessere non ti fornisce supporto, sostegno, welfare, ecc… Ti fornisce infinite opzioni di acquisto, tanto attraenti quanto effimere. Sappile cogliere e non piangerti addosso se fallisci, perché la responsabilità è solo tua (la depressione delle società opulente!)

Questo frame sociale, economico, politico e culturale permea l’intera società in tutti i suoi aspetti, anche in quello della salute e del benessere psico-fisico. Modifica il modo in cui gli iperindividui percepiscono il proprio stato di salute, sentono le loro esigenze e creano le proprie aspettative di benessere, individuano e valutano i vari fornitori di salute e benessere. In che modo? E per noi psicologi è utile tenerne conto?

Lo scorso millennio il concetto di salute era solido, ovvero normato. Il cittadino aveva chiare le soglie entro cui poteva considerarsi sano, ed oltre le quali necessitava uno specifico intervento, probabilmente ne poteva conoscere le cause, le azioni risolutive ed anche le tempistiche. Nella società liquida la salute solida perde di importanza a favore dell’ideale di fitness. Lo stato di fitness non è definibile con precisione, non si riferisce ad una particolare capacità o condizione corporea, è al contrario perennemente in divenire, sempre migliorabile, espandibile. E, soprattutto, non si ancora a parametri socialmente e scientificamente condivisi di salute, bensì ad un’esperienza intima e soggettiva: se io pretendo il meglio, la mia fitness ideale avrà sempre da venire. Come scrive Bauman: “La vita organizzata attorno all’obiettivo della forma fisica promette un mucchio di schermaglie vittoriose, ma mai un trionfo finale“. La ricerca di gratificazione costante rischia di cronicizzarsi, e con essa l’ansia e la frustrazione.

Ed allo stesso modo il concetto di “malattia”, una volta circoscritto, diviene sempre più nebuloso, diffuso e liquido. Non è più intesa come evento unico, ma come rischio costante, tanto da trasformare l’attenzione per la salute (liquida!) in unaguerra contro la malattia” (un pò come lo stato di emergenza sociale o il modello della guerra preventiva, se volessimo allargare il frame ai grandi sistemi ehehehe!). E’ Ivan Illich ad affermare: “la ricerca della salute è diventata essa stessa il fattore patogeno prevalente. la diagnosi ha smesso di prendere a oggetto l’individuo, lo stato di salute, il suo vero obiettivo è sempre più spesso il calcolo della probabilità di ciò che potrebbe seguire la condizione in cui è stato trovato il paziente sottomposto a diagnosi“.

Perché mai potrebbe quindi risultare interessante per noi psicologi riflettere e ragionare su questi mutamenti sociali?

Perché gli individui liquidi della modernità liquida si aspettano questo dai loro fornitori di salute e benessere. Perché se è vero lo scenario appena delineato, allora possiamo realisticamente supporre che gli individui liquidi saranno ostili e scettici verso quei professionisti della salute che si propongono con modalità solide, che non assecondano la loro volontà e necessità di fitness liquido.

Le persone, sempre più spesso, non sono tanto interessate alla cura del malanno, quanto più alla soddisfazione di istanze percepite di benessere, sviluppo ed autorealizzazione. La salute liquida di Bauman diviene ipersalute!

Le persone sempre più spesso non vanno dal professionista della salute in presenza di uno stato di malattia, bensì per prevenire stati di miglior salute, per progettare il benessere, nella vita, nel lavoro, nel tempo libero, nei sentimenti, ecc… La persona, il corpo, l’identità, le relazioni divengono qualcosa di costantemente perfettibile, migliorabile, espandibile… in termini di funzionamento e di immagine… e non come dato oggettivo, ma come dimensione percepita soggettivamente.

In altri articoli ho scritto a più riprese che la nostra categoria professionale è sbilanciata sulla psicoterapia, sulla cura, sul disturbo, quando invece là fuori le persone chiedono benessere, orientamento, supporto, sviluppo, qualità della vita e delle relazioni, ecc… ho anche accennato alla nostra tendenza a proporci ai clienti potenziali partendo dal nostro approccio teorico, dalla nostra tecnica (autoriferiti!), e non pronti ad ascoltare le loro istanze, la loro aspettativa di servizio, a rimodulare la nostra offerta, ecc…

Ecco, lancio questo ulteriore spunto, dettagliandolo meglio che in passato. Cercando di contornare più accuratamente quello che sta accadendo nella società e che inevitabilmente impatta in termini di opportunità o minaccia rispetto al nostro fare professionale.

Che ne dici? Riesci a declinare quanto scritto nella tua attività professionale? Ne intravedi spunti operativi? Proviamo a discuterne…

Buona vita
Nicola Piccinini

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17 COMMENTS

  1. Interessante lettura quella di Bauman, diffusa ultimamente tra diverse aree della filosofia e anche della psicoanalisi. (c’è un testo molto ricco e recente sull’argomento di Marisa Fiumanò “L’inconscio è il sociale”, oppure i moltissimi di Zizek).
    Di quel che scrivi mi manca il tuo punto di vista.
    E’ vero, le domande vanno analizzate entro i sistemi di convivenza e colte nelle culture in cui si inseriscono. Ho l’idea che l’imperativo ad avere, a possedere e facilmente, nell’economia psichica abbia a che fare con il pericolo dell’assenza di limiti e il difficile incontro con la frustrazione. I modelli che si propongono ai nostri occhi (più che alle nostre orecchie), quelli politici per primi, possono tutto, anche oltre una legge. Dunque l’ottenere e il saturare il desiderio sembra quasi possibile, senza costi.

    Lo psicologo può colludere con tutto questo, nella ricerca costante di tranquillizzare l’altro, il suo cliente, facendo il sostenitore di tale processo e implicandosi in dinamiche destinate ad un senso di impotenza molto rischioso.
    Oppure può divenire davvero la possibile alternativa, la sospensione dell’agito e la proposta di un pensiero, alla delusione, all’insoddisfazione perennne.
    L’oggetto d’altronde è, e rimane, sempre perduto per il soggetto.

  2. Buongiorno Nicola
    La trovo una bellissima iniziativa… iniziarci a ciò che gira intorno a noi, ma non come eterni spettatori di una società che muove tappe di sviluppo troppo precoci per tutti. Farci coinvolgere dal contorno e diventarne parte integrante sarebbe il primo, fondamentale passo, per la conoscenza dell’uomo, attore/spettatore della nostra società!

  3. Salve

    Gli spunti che Bauman fornisce sono interessanti sopratutto per quanto riguarda il concetto di fondo: non viviamo più in un società “data” e “solida” ma liquida e in divenire. ciò ha naturalmente i suoi vantaggi e i suoi costi, questi ultimi maggiori dei primi. poichè una società permeata dalla “velocità”, dalla “Liquidità dei confini” dal successo personale come unico valore da perseguire nel qui ed ora e in nessun altra dimensione sta portando ad una supremazia dell’individualismo rispetto alla comunità e al bene comune, tanto a livello collettivo che a livello dei singoli.
    infatti, questa società del qui ed ora, dellla produzione di oggetti e della loro veloce morte (vanno sostituiti con nuovi oggetti a breve) non permette no slancio verso la dimesione del la e ora e del futuro. non porta verso l’altro ma solo verso la propria dimensione personale e narcisistica. non lascia spazio alla progettualità e al “divenire” inteso come costruzione di sè, di un identità non strutturata sul possesso di oggetti. la dinamica del desiderio è mistificata dalla promessa della gratificazione immediata e sempre possibile perchè ogni oggetto è sostituibile, ossia se perde attrattiva se ne presenta un altro altrettanto attraente. un vero disastro poichè il desiderio oltre ad essere alla ricerca di gratificazione chiede all’uomo di essere compreso ed accolto.
    molto interessante è il concetto di salute descritto: basato sul raggiungimento di una perfezione fisica sempre perfettibile, dunque mai raggiungibile veramente.

    Nella nostra professione è fondamentale il concetto di benessere percepito e dunque la conoscenza delle aspettative soggettive.
    Da un lato (tanto nella dimesione individuale e già prima in quella collettiva) la ricerca di paramentri relativi alla salute e alla malattia sono affidati ai tecnici della salute, i quali valutano secondo modelli probabilistici quali condizioni sono più adeguate per raggiungere un ideale socialmente costruito, tanto più effimero quanto irragiungibile poichè sempre perfettibile. Dall’altro le persone valutano il benessere secondo costrutti personali e soggettivi che nulla hanno a che vedre con un calcolo delle probabilità (modalità ingegneristica per valutare il rischio) relativamente ai pericoli per la propria salute o (ai rischi di malattia) e alle aspettative di maggiore benessere.
    a ciò si aggiunge il fatto che una società senza confini (globalizzata) e un sociale non più tale in termine di contenitore di significati certi non riesce a fornire uno spazio di pensiero su se stessi, sulle relazioni che intratteniamo con gli altri e con gli oggetti che popolano il nostro ambiente.

    Tutto ciò apre la strada alla mancanza di gratificazione del desiderio, all’ansia e alla frustrazione.

    nel nostro lavoro è fondamentale abbandonare rigidità e dogmatismi di scuola/approccio e l’ascolto delle istanze soggettive e di autorealizzazione è centrale in qualunque incontro psicologico. per cui se così è il nostro metodo non cambia e la nostra azione resta rivolta, senza collusione, a migliorare (quindi anche con la prevenzione)le condizioni di salute/benessere del singolo come dei gruppi. Tutto ciò favorendo nell’altro (da noi) maggiore consapevolezza e capacità riflessive (ladove invece la società liquida induce una modalità di pensiero riflettente) intorno ai propri desideri (e alle emozioni connesse) e alle proprie “immagini” e aspettative.

    Buona Salute a tutti

    Giusappe

  4. Ciao Nicola,
    quello che hai scritto mi fa venire in mente l’immagine di un grande buffet davanti al quale le persone possone scegliere due tipi di comportamento: il primo le vede ingozzarsi di tutto nel vano tentativo di non perdersi nulla e con l’unico risultato di fare indigestione; il secondo è quello di trovarsi spiazzati di fronte a tanta scelta e di finire col prendere la stessa cosa di sempre!Metaforicamente parlando, una società che fa della cosiddetta ” assoluta libertà di scelta” il suo stile di vita, senza apparenti vincoli o criteri di riferimento, è una società che pone l’individuo nella falsa convinzione di essere libero, perchè in realtà non è in grado di gestire questa apparente abbondanza di opportunità, anzi è proprio questa che lo mette in crisi. Nella nostra professione appare quanto mai all’ordine del giorno trovarsi di fronte individui che non hanno la benchè minima consapevolezza di ciò che ci richiedono come professionisti e di ciò che è necessario per loro stessi. Il concetto di benessere assume dei contorni talmente effimeri e sfuggenti che ciò determina un non ben definito stato di malessere non configurabile nelle classiche categorie diagnostiche che tanto spesso siamo chaimati ad usare nella nostra professione, ma appartenentiene invece a quella sfera di concetti che esulano dalla stretta disciplina psicologica, per rientrare a pieno titolo in un disagio che abbraccia categorie più ampie della vita di ciascuno e alle quali l’individuo vorrebbe dare un nome.Di noi come psicologi questo nostro “paese” sembra volerne fare volentieri a meno tanto che continua a darci delle non ben definite collocazioni che a me sembrano tanto un tentativo di tappare dei buchi per i quali le altre professioni non possono essere usate e poi si riempie la bocca con concetti come benessere psicofisico, prevenzione del disagio, empowerment, senza sapere nemmeno di cosa si sta parlando! La verità, e lo dico con amarezza, è che nonostante tutti i nostri sforzi quotidiani che come professionisti facciamo per non rimanere ancorati ad un vecchio stereotipo che vede la professione di psicologo legata a schemi identificatori che non si discostano molto dalla concezione della professione dei primi del ‘900 intesa solo come psicoterapia, anzi come psicoanalisi, non esiste ancora una nostra precisa identità professionale che ci porta ad essere protagonisti attivi nella società in cui siamo chiamati a lavorare. Non mi risulta che siano tanto ansiosi di chiamarci, come professionisti, ai tavoli delle trattative quando si parla di questioni importanti e di interventi volti a promuovere il famoso benessere “psicosociale” tanto desiderato per i cittadini. Siamo obiettivamente una delle ultime ruote del carro, e finchè questi nostri legislatori non prenderanno atto della nacessità di confrontarsi seriamente con la nostra professione, non credo che potranno andare lontano con le loro iniziative.Ciò non prescinde dal fatto che noi per primi siamo chiamati ad ampliare i nostri orizzonti e le nostre conoscenze che devono travalicare gli stretti confini professionali per aprirsi ad un costruttivo confronto con le altre categorie professionali, senza presunzione, ma neanche con quel senso di inferiorità che spesso ci vede poco protagonisti delle scelte che ci riguardano!

  5. Ciao Nicola
    grazie per gli spunti,mi propongo di approfondire Bauman non appena possibile.
    Intanto che dire? Sicuramente non si è sgretolato un modello per lasciar spazio al nuovo inteso come evoluzione positiva, cambiamento auspicabile per la scienza psicologica e per le sue applicazioni in ambito clinico, ma per ridurre la richiesta di intervento sul disagio psichico e mentale, alla stregua del “consumo e dell’usa e getta”come avviene per beni e servizi.Ecco che troviamo le cosidette nuove professioni: counselor, live coach, esperto in pnl,psicologo naturopata etc…
    Che fare dunque? Non bisogna considerare la nostra professione esente da un confronto quotidiano con la realtà di contesto (sociale, economica)cogliendone via via l’aspetto semantico(del significato) e del possibile intervento nell’hic et nunc: E soprattutto penso che non dovremmo mai perder di vista il nostro compito, che ci rende promotori ,in ogni caso, di cambiamento.
    Ciao .A presto
    Iacopina Mariolo

  6. Sono assolutamente d’accordo con quanto afferma Piccinini sulla scia di Bauman.
    Sono anni che sostengo che la nostra categoria professionale è fin troppo autoreferente perché a volte, eccessivamente ancorata alle proprie sicurezze. Sia nel modo di proporci che in quello di approcciare ciò che le persone ci portano, ci siamo trincerati su ciò che “noi” sappiamo, arrivando persino ad invocare in modo estremo le resistenze per spiegare quello che non riuscivamo a decodificare, affrontare, contrinuire a modificare.
    E’ sempre più vero che le richieste dei nostri clienti sono diverse. Non più solo “cura” ma più spesso “miglioramento”, affinamento del proprio benessere di vita già presente; e le nostre risposte devono essere chiare, rapide, efficaci.
    Grazie Bauman, grazie Piccinini. Proviamo anche noi a diventare un po’ più liquidi. Non continuiamo ad avere paura di perdere in professionalità.

  7. ciao a tutti,

    io sono tentato di fare una cosa, e visto che sono un individuo iperindividualizzato anche io in fondo, finisce che la faccio. La tentazione è questa: passare (ancora una volta) da lettore nascosto (chissà quanti ce ne sono in media, ce lo faresti sapere Nicola?) a commentatore. Sarò quindi sia commentatore del post di Nicola, che di tutti i singoli commenti dei singoli individui (o iperindividui, chissà) che hanno commentato il post.

    Ma a quale scopo aver detto questo? E soprattutto: a quale scopo tutto il discorso?

    Quale altro se non IDENTIFICARE QUALCUNO in questo marasma frammentato di informazioni? (singolie “caratteri” ormai, a quest’ora della notte, dopo essermi letto tutto il post e i commenti).

    Insomma, cercare chi sta sulla mia stessa barca, un compagnio di viaggio, con il quale giocare le carte per vedere se non sia il caso di cambiarle, o cambiare completamente gioco, non so, vediamo. Quindi, spero, per chi arriverà fino in fondo al commento (e per i commentatori), di non risultare antipatico in questo processo di “commentatura”, perché addirittura mi permetterò di “additare” i singoli commentatori e star li a cercare il pelo nell’uovo: ma chissà, magari anche per dare qualche feedback utile.

    Iniziamo:

    mi pare che la domanda di base, posta da Nicola a fine del post sia questa: “Riesci a declinare quanto scritto nella tua attività professionale? Ne intravedi spunti operativi?”
    ….vediamo che esce fuori (per semplicità vi do del “tu”, ma se non ben accetto consideratelo un “lei”):

    @ Nicola.

    Scrivi: “Ovviamente la società del desiderio e del capriccio è tanto generosa quanto spietata: la responsabilità del successo è tua e se fallisci la colpa è tua.”

    Sono d’accordo. Quale dovrebbe essere quindi il contenitore di un processo invece di “corresponsabilità”? Cioè, in quale contenitore è possibile uscire fuori dall’automatismo di essere schiavi di tale condizionamento? La famiglia? La comunità? La scuola? Questo piccolo blog può essere un “incubatore” di idee in merito?
    Facebook no di certo non lo è….almenochè non usassimo (nel senso di possederlo), piuttosto che esserne usati(posseduti).

    LIMITE: se non ci aiutiamo a vicenda a fissare dei confini, che sono sostenuti da costi personali (attenzione,TEMPO, ricordo, affetto ecc.), le persone, noi: saremo davvero in balia del vento.
    SOLUZIONE(forse): limitarsi e puntare le energie verso MENO direzioni?
    Investimenti qualitativamente più definiti e duraturi, rafforzamento di legami con meno persone in vista di promozione di azioni sociali più incisive?

    Proponi anche:

    “Questo frame sociale, economico, politico e culturale permea l’intera società in tutti i suoi aspetti, anche in quello della salute e del benessere psico-fisico. Modifica il modo in cui gli iperindividui percepiscono il proprio stato di salute, sentono le loro esigenze e creano le proprie aspettative di benessere, individuano e valutano i vari fornitori di salute e benessere. In che modo? E per noi psicologi è utile tenerne conto?”

    Si, anche a me sembra che si pensi al benessere come ad una questione individuale, quando invece è pure una questione sociale.
    La mia riflessione è…. un paradosso: chi ha più benessere? una persona malata con tanti amici e familiari vicini alla sua sofferenza fisica o psichica, oppure una persona sola e abbandonata da tutti, ma che ha tutti i valori sanguigni giusti e una forma fisica ottima?

    @ ilaria.

    Interessante analisi la tua, ma nonostante abbia riletto il commento 3-4 volte, mi sembra che manchi la risposta alla domanda che aveva posto Nicola. Inoltre il tuo sembra un commento molto acuto e richiama anche una teoria molto precisa rispetto al funzionamento della mente. Ma forse sono io non so: davvero ho avuto difficoltà a capire cosa intendessi dire: c’è un modo per dire con più semplicità quei concetti che intendevi dire? Cioè, come spiego una cosa del genere al problema sociale del amico iperindividuo di una società ipersocietà, che mi dice che vuole cambiare lavoro e non sà come fare perché passa 10 ore al giorno fuori casa e lontano dalla famiglia?
    Ma è vita questa? 8 ore a lavorare? Ma quando ce la costruiamo la vita se passiamo l’80% del tempo a lavorare per i prodotti per iperindividui?

    @ azzurra.

    Che intendi con “Farci coinvolgere dal contorno e diventarne parte integrante”?
    Ma chi è questo “contorno”? Che ne pensi di diventare noi, ognuno di noi, un punto di integrazione per gli altri?

    @ giuseppe.

    Scrivi:

    “Tutto ciò apre la strada alla mancanza di gratificazione del desiderio, all’ansia e alla frustrazione. nel nostro lavoro è fondamentale abbandonare rigidità e dogmatismi di scuola/approccio e l’ascolto delle istanze soggettive e di autorealizzazione è centrale in qualunque incontro psicologico. per cui se così è il nostro metodo non cambia e la nostra azione resta rivolta, senza collusione, a migliorare (quindi anche con la prevenzione)le condizioni di salute/benessere del singolo come dei gruppi. Tutto ciò favorendo nell’altro (da noi) maggiore consapevolezza e capacità riflessive (ladove invece la società liquida induce una modalità di pensiero riflettente) intorno ai propri desideri (e alle emozioni connesse) e alle proprie “immagini” e aspettative.”

    Costruzione della frase decisamente arzigogolata, veramente complessa e meandrica: scusami Giuseppe ma davvero non riesco a capire cosa tu intenda proporre, la parte finale è troppo complessa perchè mancano forse connessioni tra le parti del discorso, non mi riesce di rintracciare la tua proposta. Mi interessa sinceramente capire cosa intendessi dire.

    @ serena.

    “Il concetto di benessere assume dei contorni talmente effimeri”

    Probabile. Ma noi, noi 7-8 psicologi di questo post, che concetto abbiamo di benessere? Non sarà forse che il benessere, sia appunto anche una costruzione LOCALE?
    E quindi noi, piccolo gruppo di commentatori, come facciamo a condividere IN QUESTO POST un concetto di benessere? Cioè, perchè non partire dal locale per arrivare al generale, piuttosto che il contrario? Anche la tecnologia non ci viene affatto incontro. Sembriamo tecnologizzati, ci crediamo avanzati. E’ invece è una giungla, è un caos incredibile il web, non ci si capisce, non ci si può capire. Una babilonia.
    Es.TECNICAMENTE: come fate voi lettori, ORA, a dire la vostra su questo commento dal momento che l’area commento di questo blog vi obbligherebbe a scrivere
    “@ giulio: riguardo quel discorso del benessere….” ….necessariamente complichereste la leggibilità e rintracciabilità del discorso originario ad ulteriori lettori futuri. Io penso che come società abbiamo bisogno di una rivoluzione (scientifica, informatica, non lo so) che ci consenta di gestire meglio la complessità, la ridondanza, la tracciabilità, il riconoscimento, l’identificazione,la categorizzazione.

    Ad esempio: come d’altronde anche voi, io sono in fondo “Pinco Pallino”: ma ci potremmo mai capire?…. che già domani mattina ci saremo dimenticati di tutto e tutti?

    Dici poi (sempre tu Serena):
    “non esiste ancora una nostra precisa identità professionale che ci porta ad essere protagonisti attivi nella società in cui siamo chiamati a lavorare”

    Bah…a questo punto forse chissà che non sia una battaglia persa in partenza quella di sognare l’identità professionale “dei medici o degli avvocati”.
    Forse è un modello passato,e bisognerà inventarcene uno tutto nostro.
    Io sto puntando seriamente all’identità professionale di “Mr. Wolf” di Pulp Fiction.

    @ Iacopina

    “….ma per ridurre la richiesta di intervento sul disagio psichico e mentale, alla stregua del “consumo e dell’usa e getta”come avviene per beni e servizi.”

    Scusi Iacopina (non so perché mi viene di dare del Lei), cosa è che farebbe ridurre la richiesta di intervento sul disagio? non riesco a capire.

    @ Eugenio

    “Proviamo anche noi a diventare un po’ più liquidi”

    Mah….io sto quasi arrivando alla conclusione che….quasi quasi non mi sento nemmeno più psicologo (citando, con alcune variazioni, Gaber)
    Riflettevo se non ci sia potrebbe essere anche altro nello “scenario futuro”.
    Non ho ancora letto Bauman, ho informazioni frammentarie, ma il discorso generale l’ho capito e lo condivido.
    Ma riflettevo se tra gli stati della materia-società non ci sia anche quello “gassoso” oppure “melmoso” (magari la politica?) o altri stati della materia.

    Ma, sempre andando di metafora, se la società è liquida…..ma non sarà che lo psicologo potrebbe essere TERRA? se davvero vuole costruire?

    Acqua e terra vanno d’accordo, costruiscono.
    Acqua e aria no, non è un contatto cosi costruttore: è vapore, oppure cavalloni.
    Acqua e acqua…beh, magari scivolano una sull’altra, rischiano di fondersi e non riconoscersi più.
    Fuoco e acqua…c’è compensazione.

    Insomma: psicologi liquidi non vedo in che modo possano condensare con società liquide, se rimango nella metafora. Ho la netta impressione che la società liquida in realtà sia molto più tendente alla condensazione di quanto non sembri.

    Il problema è che non lo sà.

    @ fernando

    “essere avere”

    Si, leggendo il contenuto del link che hai mandato, ho la stessa impressione: c’è collegamento (anche Nicola l’aveva citato nel post).

    Non sono poi cosi negative secondo me alcune voci dell’ “avere”: es. “i ricordi scritti”, possono anche essere strumenti di riconnessione della propria identità al passato.

    FINE

    In ultima analisi: mi chiedevo chi sono gli psicologi oggi: tu Nicola, se hai una visione sui post, rispetto a quello che vedi dal tuo punto di vista, su quello che andiamo dicendo, che cosa ci dici?
    Cosa vedi?
    Chi siamo?

    Io vedo in noi psicologi una complessità nel linguaggio psicologico che non è accompagnata dall’incontro con i problemi delle persone (come invece accade al medico a cui ti rivolgi perché hai la pressione alta, e dopo che te l’ha misurata ti dice “lei ha l’ipertensione”, e allora ti affidi alle sue cure senza fiatare).

    Vedo ridondanza nella comunicazione dei blog.

    Vedo necessità di clusterizzazione dei discorsi, che rischiano di sovrapporsi limitandone la tracciabilità e l’accessibilità.

    Vedo necessità di contestualizzazione: chi è che scrive, da dove, perchè dice quello che dice?

    Vedo rete, ma non comunità.

    La comunità costa.

  8. La gente viene da noi per trovare stostegno, orientamento e noi dovremmo diventare più liquidi? Il mio pensiero è che colludere con questo sistema è davvero pericoloso, significa seguire la logica del mercato, del profitto e se ci pensiamo bene è la trappola in cui stanno cadendo i medici che man mano, a parer mio, stanno perdendo la fiducia del paziente/cliente. Il fatto che le persone non siano interessate alla cura del malanno, quanto più alla soddisfazione di istanze percepite di benessere, sviluppo ed autorealizzazione non mi preoccupa, dovremmo essere più bravi ad intercettare queste nuove richieste che a parer mio ci danno più possibilità di lavoro, non perdendo di vista il fatto che il nostro lavoro, a differenza di altri, si fonda sulla capacità di analisi del “setting” nel senso più ampio del termine.
    Saluti a tutti.

  9. Ciao Nicola e ciao a chi legge,
    sono d’accordo sul fatto che l’immersione in una società in divenire sia proprio ciò che rende instabili, incerte, insoddisfatte le persone, che è la domanda di miglioramento dei clienti che accorrono dagli psicologi. Ma sono le persone che creano questa società, probabilmente perché la vogliono quella frammentarietà che ne fa da cornice, per sentirsene parte e non rischiare di passare la vita senza lasciare un segno riconosciuto dagli altri (per dirla con Freud, l’angoscia di morte che ci accompagna); e sono sempre le persone a scegliere di svolgere quelle prassi che la strutturano, ad andare in palestra, ad avere amici su facebook, a non sentirsi in grado di portare avanti una relazione stabile, ecc…ma dovrebbero essere le persone a determinare la direzione del cambiamento! E la definizione di società liquida ha sicuramente il suo fascino, ma come tutte le definizioni in realtà è statica, mi viene il dubbio che voglia solo affermare un modello teorico, per liberarsi dal problema del divenire stesso. Quindi, accettato il fatto che siamo in divenire, quale direzione vogliamo dare a questa società? scegliamo ancora facebook e le quattro mura della palestra, distaccandoci in ultima analisi da quella che è la realtà e chiudendoci in un mondo di relazioni finte, o proviamo a sentirci parte della natura e di una comunità di persone vere, ad esempio praticando piste ciclabili e circoli di attivisti? quali sono le prassi che possiamo salvare, le buone prassi che ci fanno veramente stare in salute? La risposta credo che ognuno di noi che abbia almeno una volta riflettuto sulle restrizioni e le paure che ci impone la società, o semplicemente avvertito quel disagio interiore che ne deriva, la conosca, solo che è troppo difficile staccarsi e iniziare a dare il “buon esempio”, perché comporta un sacrificio, quello del potenziale essere soli, incompresi, fuori dal mondo, come i pionieri di ogni rivoluzione…non c’è da combattere armati questa volta, c’è da dire no a tante cose e soprattutto sì ad altre, sulle quali focalizzarci. Un’analisi sociologica che mette a confronto storicamente stati diversi di consumismo, livelli di individualismo o di sottomissione alla “messa” mediatica, non va da nessuna parte, non propone niente di positivo, ci lascia impantanati nei problemi e dirige la nostra attenzione su di essi. Lo vogliamo usare il potere della mente o no? ecco, la soluzione secondo me è riporre l’attenzione sul positivo, che se diamo voce al bambino che è in noi con la maturità dell’adulto (sono a favore di un’analisi transazionale) ci libera da tanti schemi opprimenti l’individuo e la comunità. Non dico che di punto in bianco si trasformino i mezzi di comunicazione, con l’improvvisa scomparsa di certi usi che se ne fanno, ma abbiamo un’attenzione e una memoria selettive e possiamo cominciare modificando il nostro personale uso delle informazioni, criticando e proponendo, diffondendolo agli amici, che poi lo diffondono ad amici, che a loro volta lo diffondono agli amici di amici, ecc…perché la comunicazione personale è quella con gli effetti più grandi, lo dimostrano gli studi in merito, almeno a livello di coscienza; contro l’inconscio c’è poco da fare se non evitare di esporsi a messaggi che suonano sempre diversi ma il cui sapore è lo stesso da decenni. Invece tendiamo a far uscire il bambino che dentro di noi preme per farsi sentire senza la guida consapevole dell’adulto: ogni volta che ci giustifichiamo per scelte che appartengono a un sentire comune di resa di fronte al caos della società, per poi ritrovarci privi di quei confini che ci permettono di vederci unici senza dover essere i migliori perché con 1850 amici su facebook o con i muscoli più definiti di tutta la spiaggia. Se non c’è l’adulto che fa ordine, che riorganizza il non-senso che permea ogni molecola del proprio vissuto, non c’è scelta consapevole. E il bene (il ben-essere) è una scelta consapevole che richiede frustrazione talvolta, purché sia in funzione di un’armonia – quest’ultima è personale, perché ognuno ha la propria storia, ma forse si riconosce subito nelle persone che ce l’hanno, perché è costante e indipendente dalle fluttuazioni emotive del qui e ora. Imparare al paziente ad elaborare le proprie emozioni senza negarle o darle per scontate, farlo staccare totalmente dalla società, cioè dalle abitudini, nel momento di crisi, per potersi riorganizzare dopo il caos, indirizzarlo verso l’apertura a se stesso affinché incominci ad essere consapevole, credo siano gli strumenti più consoni per una supporto al benessere e allo sviluppo.
    Saluti trasformativi
    Eleonora

  10. Mi ritrovo con la descrizione fatta da Bauman sulla cosiddetta società fluida, anche se sul concetto di responsabilità ho le mie perplessità, nel senso che oggi, la maggior parte non si assume la propria responsabilità, ma è alla ricerca di un colpevole o responsabile, quando ognuno di noi sceglie di compiere e portare avanti dei meccanismi. Sulla base della mia esperienza, posso affermare che è ora che gli psicologi si modernizzano…, sono troppo chiusi (mi riferisco a una maggioranza)

  11. Ben scritto!! Rimando, come commento, a uno scritto su/da Bauman che pubblicai quel paio di anni fa… Sono convintissimo che da psicologi NON si può non riflettere sulla società che gli individui e i gruppi abitano.

  12. …..molto interessante il …..”noi siamo alla ricerca di soluzioni “biografiche” a problemi che hanno origine invece a livello di sistema sociale”, contenuto nel link di Franco.

    Cosi, un pò a caldo mi viene da pensare che, se da una parte a volte certamente le paure ci bloccano e occorre ridimensionarle per riappropriarci della nostra realtà……. d’altra parte per esempio, dal momento che abito a circa 10km in linea d’aria da Colleferro, una delle città più inquinate d’Europa nonché sede di inceneritori che stanno determinando notevoli problematiche BIOLOGICHE http://www.retuvasa.org/category/campagna/inceneritore….pensando se essere interessato a dare risposte al sistema delle “paure” in termini biografici o sociali….beh, PREFERISCO CAMBIAMENTI REALI dell’ambiente naturale e sociale che mi circonda, ovvero di quel modo in cui le persone portano avanti, attraverso il complesso sistema dei loro piccoli e infinitesimali scambi e transazioni sociali, quel sistema caotico che chiamiamo insomma cultura.

    Mi dico infatti…..perché non puntare ad una rivoluzione culturale?

    In fondo qual’è l’alternativa? Andare in psicanalisi? Training? Prenderla con filosofia?

    Come avviene per le perdite d’acqua in un edificio, perché non mettere mano anche ai “rubinetti culturali” che determinano le problematiche che noi psicologi e non vorremmo in qualche modo risolvere?

    Non so, probabilmente non è ben articolato come pensiero il mio, e probabilmente è utopistico e difficilmente realizzabile concretamente se non in un tempo indefinito, ma insomma, quello che voglio dire è che secondo me il ruolo di noi psicologi PUO’ essere anche quello di connettere persone e cose, fare un pò da collanti del sociale che, come ogni gruppo, se orientato, diventa poi anche una forza motrice potente, che come la storia ci insegna, sempre nel passato ha cambiato il volto all’umanità intera (spesso purtroppo attraverso la guerra).

    Creare a macchia d’olio delle isole di best practices condivise, azioni programmatiche strutturate dove l’essere psicologi ci dà la possibilità di riconoscerci però sotto uno stesso ombrello, che può guidare il gruppo più ampio verso direzioni coordinate, potrebbe essere un punto su cui riflettere?
    A chi interessa tra voi?

    Io penso a questo cambiamento, un pò come al funzionamento del sistema reticolare ascendente, seguendo i concetti che vedete rappresentate nelle figure che vedete in questo link

    http://www2.cffn.ca/usha/part-iii-article-by-pramod-dhakal/129-the-law-of-rule-centralized-decentralized-and-distributed-systems

    Sono convinto che quando qualcosa è estremamente complesso (come la nostra società è), ha bisogno di un sistema complesso in grado di gestirne meglio le dimensioni.

    Una rivoluzione….costa tanto?

    Beh, allora dovrebbe essere di qualità e dovrebbe portare a buoni risultati!

  13. Ciao Nicola, ciao belle menti pensanti!
    Anch’io ho letto questo libro di Bauman e la fotografia sociale che l’autore fa è ahimè tristemente vera. Beh…tristemente per chi ne raggiunge consapevolezza! è molto triste infatti pensare che la società è in buona essenza vittima di un sistema sociale il cui motore è l’economia…la famosa e mitizzata per troppo tempo economia globale. Da troppo tempo ormai si vive il mito della possibilità di possedere qualsiasi cosa, proveniente da qualsiasi posto, in qualsiasi momento e a qualsiasi costo , alimentando ciò un circolo vizioso: ovvero quel senso di onnipotenza – impotenza che genera e alimenta forti pulsioni e l’incapacità a contenerli perchè sempre più impellente diventa il bisogno di gratificazione autogratificazione. Non sto a dilungarmi anche perchè consiglio a tutti di leggere il sociologo! Aggiungo solo che condivido pienamente la tua proposta Nicola, ovvero della necessità di rimodulare la nostra proposta di intervento; intervento che in prima istanza, deve sempre sintonizzarsi con le immediate richieste del cliente. Solo in questo modo quest’ultimo avrà prima di tutto quella motivazione che sta alla base di un lavoro terapeutico sempre e comunque faticoso se si vuole raggiungere l’obiettivo di un cambiamento. Ciao a tutti!

  14. Questo tuo scritto Nicola mi fa venire in mente che ieri 08/08/11 il TG2 ha fatto un gran bel servizio sul coaching (peccato che sugli psicologi non non c’è mai niente da dire!). E’ stato spiegato che il coach infatti si occupa di salute, aiuta a prendere decisioni nei momenti importanti della vita, ci orienta nello studio e nel lavoro, sviluppa le potenzialità della persona e chi si rivolge al coach può essere qualsiasi persona che vuole confrontarsi con un professionista per migliorare la qualità della sua vita, il coach non si occupa del passato ma solo del presente e futuro,poi un’inquadratura su un diploma a parete di PNL e si precisa che non si tratta di psicoterapia…fatto
    Nella mia regione nel catalogo di Altaformazione viene proposto un corso annuale di PNL aperto a tutti i titoli di studio. Percorsi brevi di studio per il coach…
    ma sa sviluppare il potenziale che è in te ecco perchè è un professionista così importante! …complimenti per le strategie di marketing, ma forse anche l’immagine che diamo dello psicologo andrebbe rivista e modernizzata un pochino.

  15. da Massimo del 10/9 : “Gli psicologi non devono avere paura di confrontarsi su un piano di risultati con altre scienze che si occupano di umanità. E’ quello il piano che determina l’efficacia e l’opportunità delle dinamiche relazionali tra paziente e esperto della psiche”…”Occorre prendere atto che la psicoanalisi laica, professata ovviamente da laureati nelle materie umanistiche, esperti del linguaggio e opportunamente preparati sulla clinica, sia una libera e legittima azione di intervento relazionale verso l’uomo”.
    § Laureato in Psi Sperimentale indirizzo applicativo nell’82 all’Università di Padova, non iscritto all’albo,formato anche in scuole esterne all’università in Training autogeno, Psicosintesi, Psi Sistemica Relazionale, conduzione di gruppi di autoaiuto e viaggi in Asia, per oltre quindici anni ho lavorato come educatore professionale di coop onlus in convenzione con le ASL in strutture pubbliche diurne e residenziali per il “recupero” di tossicodipendenti poi di schizofrenici, infine di portatori di handicap psicofisici anche gravi, spesso collaborando agli interventi degli psicologi istituzionali
    Ritengo che il lavoro dello psicologo sia principalmente di progettare/organizzare/gestire la prevenzione del disagio esistenziale cioè acquisire l’autorevolezza necessaria per intervenire negli ambienti di vita della società quali Scuola, strutture di aggregazione sociale , mass media… pubblicizzando la finalità che ovviamente è di ” vivere a lungo felicemente insieme agli altri”. La felicità è lo stato d’animo con cui ognuno può decidere di vivere imparando a > gestire le proprie emozioni e aggirare gli ostacoli sia mentali sia concreti < grazie all'aiuto del suddetto lavoro dello psicologo.
    Per la clinica ok alla collaborazione tra psicologi e neuropsichiatri.
    NB: Qualsiasi terapia è valida solo se funziona e l'ottenimento di un certo grado di "felicità individuale sostenibile" la conferma.
    E' interessante raccogliere le opinioni in proposito, di quanti più operatori psicologici attivi è possibile, per stabilire un'azione comune. Auspico la crescita di un coraggioso Movimento per la Felicità e questo sito potrebbe promuoverlo.
    W il F.I.L. 🙂

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