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Primo piano Psicologi & Professione

Psicologi italiani. E’ solo questione di numero?

Il numero degli psicologi italiani è oggettivamente alto, ad oggi ne risultano iscritti all’Albo circa 104.000!

Temo tuttavia, pur deludendo alcuni colleghi, che la questione non sia legata solo al numero di psicologi, non sia solo quantitativa 😉

Innanzitutto, medesima sorte la condividono diverse altre famiglie professionali. Se volessimo stilare una classifica, a fine 2017 risultano circa:

  1. 426.000 infermieri professionali,
  2. 424.000 medici chirurgi e gli odontoiatri,
  3. 240.000 ingegneri,
  4. 234.000 avvocati,
  5. 154.000 architetti,
  6. 118.000 commercialisti,
  7. 112.000 giornalisti,
  8. 107.000 geometri,
  9. 104.000 psicologi.

Primo dato di realtà: tutte le professione con Ordine hanno numeri in grande eccesso rispetto a quanto il mercato italiano, ad oggi, può offrire.

Alcuni potrebbero allora dire… beh, bisogna tuttavia vedere quanto guadagnano queste professioni!

Vediamolo!

I dati arrivano dagli studi di settore relativi al periodo d’imposta 2015, sono stati diffusi lo scorso anno. I redditi medi da lavoro autonomo dei professionisti risulta il seguente

  • i notai di 217.800 euro;
  • i medici di 64.900 euro;
  • gli odontoiatri di 50.400 euro;
  • gli avvocati di 40.400 euro;
  • gli psicologi di 20.000 euro;
  • i veterinari si fermano a 19.300 euro.

Più in generale i redditi medi dichiarati, nel settore delle attività professionali, hanno trasversalmente un incremento del +6,5% rispetto al 2014, chi più chi meno…

In altre parole, ci sono professioni storicamente forti (anche politicamente!) che da sempre hanno redditi più alti, e professioni più giovani ed in divenire che li hanno più bassi, ma TUTTE hanno tenuto un trend di incremento reddito medio simile.

Secondo dato di realtà: al di là dei posizionamenti storici, tutte le professioni segnano un trend di sviluppo dei redditi medi più o meno simile.

Dopodiché, ieri, Emma Bonino, interviene a LA7 affermando “– psicologi + ingegneri“. Ho rilanciato il video, con un commento piuttosto critico e scettico circa l’opportunità e la correttezza di una simile affermazione, e ne è uscito un dibattito molto interessante 🙂

https://www.facebook.com/piccinini.nicola/posts/10211756914414549

Ora, al netto degli interventi di attivisti politici (pro e contro), e dei credo personali, che qui nulla hanno a che vedere, proverei a ripartire da ciò che letteralmente ha affermato Emma Bonino:

Non è lo stato che crea lavoro, lo stato deve creare le condizioni per cui sia possibile all’impresa di lavorare e lavorare sempre meglio.
Tenuto conto dello sviluppo tecnologico, e quindi la questione della preparazione diventa fondamentale, abbiamo bisogno di meno psicologi ma più ingegneri, più specializzati in robotizzazione, in digitalizzazione, cioè guardare un pochino più avanti

Ebbene, premetto che:

  1. è ovvio che la Bonino qui si stia riferendo ai percorsi universitari e professionalizzanti;
  2. è pure condivisibile il suo auspicio che l’accademia e la formazione siano più orientate al mercato ed in grado di produrre profili di competenza capaci di affrontare le sfide di oggi e di domani.

Ciò non di meno rimango alquanto critico e scettico in quanto:

  1. non capisco il motivo per cui deve citare una specifica categoria professionale, quale l’opportunità di additare una professione o un percorso formativo universitario? Perché allora non dire dei laureati in Lettere, in Filosofia, in Sociologia, piuttosto che meno veterinari e più gerontologi? Perché non esprimere il suo concetto politico senza citare espressamente una professione?
  2. temo abbia una idea arcaica della Psicologia e degli psicologi! Forse la Bonino è rimasta all’immagine dello psicologo che lavora sulla patologia, magari con un lettino che fa sempre tanto vintage… cita la robotizzazione, ignorante che molti psicologi vi lavorano; cita la digitalizzazione, ignorante il fatto che moltissimi psicologi vi lavorano; così come probabilmente ignora che gli psicologi, all’interno di team multidisciplinari, offrono contributi circa ergonomia, innovazione tecnologica, politiche attive del lavoro, architettura, territori e via dicendo…

Terzo dato di realtà: la Bonino è stata politicamente inopportuna a citare una specifica categoria (la nostra, ma poteva essere un’altra), e vedendo il ragionamento in cui la situa mostra di averne parlato senza conoscere in verità l’attuale e futuro contributo che invece offre lo psicologo.

Chiarita questa vicenda, passo all’ultimo aspetto caldo… perché calda è stata la mia giornata social di ieri 😛

E’ oggettivo che il numero di psicologi italiani sia troppo alto, e comunque che l’attuale mercato sia in grado di assorbirli.

Non è un caso che solo il 50% sia iscritto ENPAP, non è un caso che quanto a redditi medi siamo penultimi in graduatoria!

Ma, anche qui: la questione è solo numerica e quindi di numero chiuso alle Facoltà di Psicologia?

Credo sia più complessa, ed elenco almeno altre 4 elementi mica da poco:

  1. quanto sono capaci le Facoltà di Psicologia in Italia, unitamente agli Ordini professionali, di progettare percorsi aderenti ai reali fabbisogni del mercato di oggi e di domani? E’ più forte la volontà di preservare sistemi, cattedre, modelli o invece la volontà di guardare al futuro e mettersi in gioco?
  2. quanto sono capaci le Facoltà di Psicologia italiane, anche assolto il primo punto, a produrre poi percorsi professionalizzanti e non teorici? Siamo in grado di far uscire professionisti più o meno fatti, e non futuri clienti di specializzazioni post-lauream?
  3. ed anche assolvendo i primi due punti, come ci regoliamo con il mercato non regolamentato delle Università online? Macchine da soldi che sfornano senza filtro, né programmazione migliaia di laureati in Psicologia?
  4. a ciò aggiungo anche una latitanza di 30 anni degli Ordini professionali nel promuovere la Psicologia e lo psicologo presso la società civile, nel tutelarci dalla diffusione di pseudo-professioni (nate da formatori psicologi interessati ai danari!), nel fare relazione istituzionale con la politica per riconoscere la presenza dello psicologo nelle scuole, nel rilascio patenti, nella sanità, nelle cure primarie e via dicendo…

Vi riporto giusto questa pubblicità che ho trovato ieri:

https://www.facebook.com/piccinini.nicola/posts/10211758984786307

Capite la complessità della situazione? Quanti interessi e soggetti intervengono all’interno di processi sinora elencati?

Comunque sia, spero di aver dettagliato meglio il mio pensiero, avremo modo di riparlarne più estesamente 🙂