Pensiero laterale: da ruoli e contesti a competenze di processo e progettualità

5 COMMENTS

  1. Solo un annotazione: esistono moltissimi psicologi che hanno regolarmente sostenuto l’esame di stato ma che non si sono mai iscritti all’albo. Io sono uno di quelli: come psicologa del lavoro, specializzata in ergonomia e cultura del’innovazione, e come disoccupata, trovo eccessivamente dispendioso e totalmente inutile iscrivermi all’Albo.
    Cordiali saluti

  2. Il primo passo per la ri-declinazione delle nostre competenze è lo studio della domanda. Gli psicologi, come hai spesso sottolineato in questo blog, non riescono ad oggi ad intercettare la domanda di benessere e di prevenzione.
    I motivi sono molti: la figura professionale dello psicologo non è il “top of mind” ma, in genere, “l’ultima spiaggia” a cui rivolgersi dopo aver provato medici, maghi, santoni etc. Inoltre, in Italia non c’è una cultura della prevenzione quanto una “cultura dell’emergenza”: si interviene solo quando il disastro è già avvenuto. La preparazione degli psicologi non è specifica ma, anche dopo le “scuole di specializzazione”, resta una competenza vaga e poco incisiva. In altre parole, lo psicologo rimane nell’immaginario collettivo come “l’esperto di psicologia” e non un professionista con strumenti di intervento adatti a contesti e processi specifici.

    Un ambito nel quale si potrebbero impiegare le nostre competenze potrebbe essere quello del benessere psicofisico (centri sportivi, palestre, chirurgia estetica…). Alcuni tentativi sono stati fatti, ma ad oggi questo segmento del mercato sembra ignorare il contributo degli psicologi, proprio perché il tipo di offerta non è ritagliata su misura di questi potenziali committenti.

  3. ….per rispondere “in a nuts” alla tua domanda Nicola,
    secondo me si: è possibile ri-tradursi, ri-declinarsi, anzi forse è necessario, e io ci sto provando.

    Riguardo alle nuove committenze: secondo me tutte da costruire, oltre che identificare.

    Per partire da un esempio, la mia impressione è che, soprattutto per l’utilizzo delle risorse pubbliche, il grande vuoto, il grande GAP nella società sia tra:

    – chi riesce a muovere finanziamenti pubblici, ovvero i politici, che (come insegna “il Principe” di Machiavelli) utilizzano la strategia del “prometto mari e monti al popolo, che quindi mi vota”

    – e l’individuo (che nell’attuale società non è identificato altrimenti che da se stesso, e quindi con bassissima capacità di rappresentanza) che di quelle risorse dovrebbe essere il beneficiario

    Oltre ad una frammentarietà del singolo quindi, mancano anche dei “tasselli” intermediari secondo me, e mi chiedo in che modo potremmo collocarci li noi psicologi.

    –> Rendere le persone in grado di RI-definire ed esprimere in maniera organizzata e chiara i loro bisogni, per orientare le scelte politiche in modo più oculato e pertinente.

    Di risorse ce ne sono, ma continuiamo a sprecarne, e a farci promotori indiretti di sprechi di risorse.

    Il problema della situazione attuale secondo me è determinato proprio dalla “cultura” del singolo. Non vedo solamente un sistema di vendita di prodotti culturali, ma vedo persone che allo stato attuale hanno smesso di pensare la propria realtà.

    Ed essendo il “funzionamento” del politico abbastanza invariabile, proprio perchè determinato dalle meccaniche di rappresentanza, il risultato cambierà solo in funzione di chi “usa” il politico, in funzione della persona che dirà al politico “ti voto se mi dai questo piuttosto che quest’altro”.

    Ma oggi come ieri i politici, davanti a domande “impertinenti”, di fronte alla richiesta di lavoro, saranno sempre costretti a dare seguito a progetti stagnanti e non sostenibili, che generano l’effetto del cane che si morde la coda, o tutt’al più accontentano pochi.

    Es. molti giovani e non pensano “cerco un lavoro”, e cominciano a pensare che sia il loro problema principale. E accettano di tutto, non investendo ne in formazione ne in capacità di metamorfosi rispetto a quello che già sanno fare.

    Come può la politica risolvere un problema del genere? in assenza di un cambiamento specifico di atteggiamento della persona stessa?
    senza che cambi tutta la cultura del consumo?
    senza un cambiamento di tutta la cultura di creazione di bisogni?

    Sotto questo punto di vista, tutti dovremmo essere informati rispetto alla necessità di mettere in atto il “pensiero laterale”.

    La metafora che ho in mente, è quella di un paese in un gran caos, dove i bisogni di tutti i generi (fisiologici, economici, estetici, affettivi, sociali) sono sottomessi al dio denaro.

    Sembra che senza soldi non si possa far niente, quando invece si può ridurre di molto il suo utilizzo investendo tempo in cambiamenti.
    Ma fino ad un certo punto si riesce a tirarsi fuori dal sistema, e per un semplice motivo: la stragrande maggioranza delle persone mantengono una posizione ed un sistema che vincola tutti all’idea di dover soddisfare i bisogni in un certo modo. Per fare un esempio concreto, basta osservare i bambini nelle elementari o alle medie che hanno il cellulare: anni fa non c’era questa “moda”. Eppure ora sembra normale…ma in fondo in fondo: chi c’ha guadagnato?

    Non si riesce a mettere una legge che vieti l’uso del cellulare in classe (come dovrebbe essere), in assenza di una ristrutturazione della società.

    Ed è solo la proattività del soggetto che può costituire una rampa di lancio verso la sua personale professionalizzazione e verso la ricerca di un metodo per portare il pane a casa.
    Non mi pare il caso di parlare di lavoro, parola che sembra ancora essere un palliativo rassicurante, come quello di uno “stato” che lo dovrebbe garantire il lavoro, quando a quanto dovremmo aver capito, ci stiamo muovendo verso qualcosa di diverso.

    Insomma, ora senza sconfinare nella filosofia della società, quello che intendo dire è: quante persone in cerca di lavoro sono in grado di imparare a fare crearsi una competenza e una spendibilità?
    Che è in sintesi la stessa cosa che qui noi psicologi stiamo dicendo di voler/dover imparare a fare per campare.

    Penso poche.

    E oltre a quelle poche, quelli che sono già “seduti” in alcuni posti di lavoro, magari si accontentano di un sistema in cui i prodotti culturali (TV al plasma, pendolarismo, vacanze, centri commerciali, cinema) sembrano soddisfare i loro bisogni. Ma i nodi vengono al pettine, e la società sviluppa degenerazioni e corti circuiti (depressioni, conflitti, disoccupazione).

    Personalmente non riesco proprio a immaginarmi in questo sistema, e può come nel film “The Matrix” sto cercando persone (evidentemente un pò idealiste come me) che vogliano introdurre “isole di cambiamento” all’interno di territori definiti.

    Il mio spunto è quindi: puntare, partendo dalla propria rete territoriale prossimale, ad una analisi della cultura locale (a 1, 5, 10km in linea d’aria dalla propria abitazione) per trovare altri nodi di una rete, e passare dall’essere in una rete a cercare di costruire una comunità.
    Questo forse è molto più facile da farsi in provincia che nella metropoli.
    Ma insomma, se si riesce a creare una comunità di persone esperte, di li cominciare a identificare e mappare un territorio sotto diversi punti di vista: risorse naturali e sociali
    progetti già in atto e potenziali
    situazione politica e rete di alleanze
    movimenti di persone e cose
    dinamiche economiche private e pubbliche
    criticità ed emergenze.

    Il quadro è certamente complesso, ma per fare le cose semplici quando si ha che fare con quadri complessi, occorre utilizzare sistemi complessi, non c’è altra soluzione.

    L’esperienza che posso condividere per ora è quella di una personale attività di connessionismo a tutti i livelli con persone del mio territorio di riferimento, grazie alle nuove tecnologie di comunicazione.

    Ma sarebbe bello che si costruisse nel tempo un progetto più ampio, multilivello, organico e multicoordinato con lo scopo di creare una condivisibilità della funzione di identificazione dei GAP sociali, allo scopo di orientare progetti di cambiamento culturale, che partono dall’individuo, e passando per la famiglia arrivino a definire famiglie, comunità, quartieri (li dove sono rintracciabili), e città.

    Un pò come quello che è stato fatto in Venezuela da Abreu (http://it.wikipedia.org/wiki/El_Sistema), ma dove invece che solamente la musica, è tutta la cultura (l’arte, la musica, lo sport) in generale che sostituisce i prodotti attuali che stanno dando risposte inadeguate ai nostri bisogni, che oltre al nutrirsi, consistono fondamentalmente nell’avere relazioni sane e positiva con gli altri.

  4. Molto interessante. L’esempio che portate mi pare però troppo lineare e causale. In primis, come comunità professionale ci mancano competenze economiche. Non dico che dovremmo sapere molto o utto di economia, ma che dovremmo avere almeno dei consulenti strategici in quel settore. per esempio, quando parlaimo di “rete”, di “competenze di gruppo”, sappiamo che questo ha comunque un costo (o investimento)? I costi di transazione sono quei costi, quantificabili o meno, che nascono quando nasce l'”ipotesi” di uno scambio, ed indicano sia lo sforzo dei contraenti per arrivare ad un accordo, sia – una volta che l’accordo sia stato raggiunto – i costi che insorgono per fare rispettare quanto stabilito.
    Qualcuno, su questo, c’ha vinto il Nobel per l’economia. Chi, come me, lavora in organizzazioni con diversi dipendenti, lo sa per esperienza, e sa come questi costi fatichino ad essere riconosciuti in termini monetari, soprattutto dal Welfare “all’italiana”, nato dall’impegno volontario legato al cattolicesimo, che chiama ancora una professione con il termine “assistente sociale” (quindi non connotandolo come “lavoratore”, anche se negli anni la categoria specifica ha lavorato molto bene sul riconoscimento sociale), quando altrove li chiamano “social WORKER”. Grazie. Giovanni

  5. @ Giovanni Turra

    Ci dici: “In primis, come comunità professionale ci mancano competenze economiche.”

    Capisco benissimo i costi di transazione, sono gli stessi che per un buon funzionamento di una impresa inciderebbero per almeno il 50% (in termini di tempo necessario).
    Ma credo che questi costi siano anche strettamente dipendenti anche dal sistema delle prassi di negoziazione e gestione.

    Con l’arrivo dell’era di internet mi pare un passo avanti sia stato fatto, che manca allora?

    Che mi dici invece di “el sistema”?

Leave a Reply